mercoledì 27 gennaio 2016

CANZONI ITALIANE DI PROTESTA - DALL’ETÀ NAPOLEONICA, LA RESTAURAZIONE, IL RISORGIMENTO



DALL’ETÀ NAPOLEONICA, LA RESTAURAZIONE, IL RISORGIMENTO

Apro questa pagina, dedicate alle canzoni italiane di protesta partendo dall'età napoleonica, passando per la Restaurazione fino al Risorgimento, con le prime dieci strofe di una canzone ancora oggi conosciuta e in parre cantata in tutta la Sardegna: Su patriotu sardu a sos feudatarios, di Francesco Mannu; esprime la rabbia della piccola nobiltà paesana contro i "barones", che amministravano I'isola per conto dei Piemontesi, per i quali "sa Sardigna fi' una cuccagna"; divenne popolare durante la rivolta contadina del 1796.

All'età napoleonica risalgono le otto canzoni che seguono. L'inno dell'albero è ancora una composizione borghese, nel linguaggio e nei contenuti.
Nate dal popolo, e quindi in dialetto, sono invece le altre, collocabili in due filoni fondamentali: I'esaltazione del "popolo basso", fedele alla Santa Fede, nemico giurato dei Giacobini (A lu suono della gran cascia..., Sti Giacobin s' lazìo razun..., È venuto lo papa santu); e la protesta contro il servizio militare obbligatorio (Partire partirò, partir bisogna..., O povra mi..., Guarda, Napoleone, quello che fai). 
Legata in parte a quest'ultimo tema, ma con accenti per molti versi originali, è Povero Napoleone.

Ancora alla tematica anti-militarista si collega Ero povero ma disertore, del periodo 1840-47. Degli anni della prima guerra d'indipendenza abbiamo O Venezia..., Come finirà (improntata a disincantato buon senso) e I Piemontesi sono partili, violentemente antisabauda.

Se il 1859 è un anno assai importante per I'unificazione nazionale, la popolana del Povero Luisin non sembra accorgersene molto; un esempio ulteriore del disinteresse popolare per il cosiddetto Risorgimento.

Diversa è la situazione in Sicilia nel 1860: la venuta di Garibaldi è vista dal popolo come occasione di rivolgimento sociale, oltre che come possibilità di dare un colpo decisivo all'odiata dinastia "napoletana". 
Di qui il tono entusiastico dei tre canti filogaribaldini che qui riporto: Ch'è beddu Caribardu ca mi pari..., E quannu Garibardu s'affacciava..., Vinni cu' vinni e c'è lu tri caluri
Non mancò, del resto, in quello stesso 1860, la nota sanfedista: si legga, ad esempio, Garebbalde tradetore, raccolta in Puglia.

Ancora a sentimenti e linguaggio borghesi ci riporta, dal canto suo, La rondinella d'Aspromonte (1862), testimonianza della radicalizzazione di una componente garibaldina di fronte alla politica dei primi governi dell'Italia unita. 
Le quattro canzoni che seguono documentano invece la protesta popolare, ancora contro il servizio militare (La leva, siciliana..., Vittorio che comandi, toscana..., O Piemontesi, lombarda)..., e contro I'esoso e antiquato sistema fiscale (Guvernu 'talianu).

Ad avvenimenti del 1866 si riferiscono infine Oh chi m'abbinni lària (la rivolta di Palermo e del circondario) e Non capisciu cosa è stu Parramentu (la IIIguerra d'indipendenza).


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Sta.............


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