domenica 18 agosto 2013

UNA GIORNATA DI BEETHOVEN (A day of Beethoven)


    
Pochi incontrandolo per strada avrebbero riconosciuto nell'uomo semplice e dimesso, spesso assorto e distratto, il maggior sinfonista tedesco di tutti tempi, Ludwig van Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827) , il dominatore dei suoni, il compositore le cui creazioni scatenano le orchestre a tuonare battaglie e tempeste, a cantare l'idillica pace dei campi, a ritrovare nella III sinfonia i cupi suoni della marcia funebre scritta - pare - per la morte di Napoleone. Ma quest'uomo singolare, pura espressione del genio, per le sventure familiari e per la crudele malattia che gli tolse l'udito non fu mai felice; e divenne scontroso e irascibile, insofferente di tutto e di tutti, e fece assottigliare il numero degli amici fedeli, rimanendo sempre nell'intimo suo buono, delicato, sensibile, trepido ammiratore della natura. 
Lasciò lavori immortali, le nove Sinfonie - tra cui  la III è detta l'Eroica e la VI la Pastorale - Quartetti per archi..., Suonate per pianoforte e orchestra, violino e orchestra...., e l'opera teatrale Fidelio o dell'amor coniugale.


UNA GIORNATA DI BEETHOVEN

In qualsiasi stagione Beethoven si levava prestissimo, all'alba, e subito si metteva al tavolino o per annotare le idee musicali sortegli durante la notte o per ritoccare qualche lavoro in corso.
Poi veniva il momento del bagno. Lavarsi era per lui una delle prime necessità della vita. Andava al lavamano mezzo vestito e si rovesciava brocche d'acqua sulle braccia e sulla testa, urlando come un forsennato per il piacere.
Riprendeva il lavoro e dopo un poco ripeteva l'operazione del lavacro, allagando letteralmente la stanza e attirando le proteste dell'inquilino del piano di sotto per l'acqua che filtrava attraverso l'impiantito. Ci fu chi ritenne che queste abluzioni troppo frequenti, fatte senza precauzioni, siano state la causa fortuita della sua malattia d'orecchi (della sua malattia d'orecchi; il Maestro divenne completamente sordo a soli trentadue anni d'età. Malgrado ciò compose armonie e melodie sublimi).
Beethoven si faceva quindi il caffè, nella sua macchinetta di vetro, dopo aver contato i chicchi, che dovevano essere sessanta.
Ad un certo momento, quando il lavoro si aggrovigliava, indossava deciso la sua redingote turchina, tutta gonfia di dietro per la roba riposta nelle tasche delle falde, si annodava attorno al collo la lunga cravatta bianca, calzava le scarpe, non sempre ricordandosi di allacciarle, si calcava in testa la sua tuba bassa, e usciva all'aria aperta per schiarirsi le idee.
Per la strada camminava con passi corti e leggeri. Ogni tanto si fermava sopra pensiero, poi si rimetteva in.cammino ad andatura accelerata, parlottando tra sè e sè o cantando ad'alta voce.
Qualche volta entrava in una chiesa, avendo ereditato dalla madre lo spirito religioso, pur rifiutandosi sempre di discutere con chicchessia di religione e di dogmi. 
Spesso si fermava a contemplare le vetrine, specialmente quelle dei rigattieri, che lo affascinavano. Osservava attentamente ogni oggetto attraverso l'occhialino, ed essendoci quasi sempre qualcosa che lo interessava, non poteva astenersi dal comperarlo.

Tutta la sua casa era stata arredata con mobilia e oggetti acquistati dai rigattieri, cose quasi tutte di scarso valore, alcune buone, altre di pessimo gusto. Per esempio, i campanelli per chiamare la servitù in alcune stanze erano attaccati a meravigliosi cordoni di seta, in altre a volgarissime funi spelacchiate. Ognuno di questi campanelli aveva poi una dimensione e un suono caratteristici, dal tinnulo squillo argentino al timbro chioccio dei campani alpestri.
Beethoven aveva inoltre la mania dei ninnoli e dei candelieri. Su un tavolo adibito a centro di raccolta conservava un miscuglio di oggetti di vario genere e gusto: vicino a pregiati candelabri d'ottone, i soldatini di bronzo (usseri e cosacchi) fungenti da fermafogli; vicino a importanti stampe d'autore uno spregevole busto di Bruto, l'eroe che Beethoven esaltava sopra ogni altro.

II suo guardaroba invece era accurato ed aggiornato. Redingote alla moda (panno blu e bottoni metallici); marsina color verde cupo; giubba marrone, di finissima stoffa inglese) con grossi bottoni di madreperla; "completo estivo" : calzoni e panciotto bianchi, scarpe bianche, calze, sottoveste e cravatta bianche, che furono sempre, salvo in certi periodi di vita trasandata, di una pulizia impeccabile.

Terminata la passeggiata mattutina, Beethoven tornava al lavoro.
Si sprofondava nella composizione e allora più nulla esisteva attorno a lui. Non si accorgeva della domestica che metteva un po' d'ordine in quel caos di fogli, lettere sparse, bottiglie, bottigliette, rimasugli della merenda del giorno prima. Non sentiva arrivare gli amici che venivano a chiedere alla domestica sue notizie. Non si accorse neppure della venuta del principe Lichnowsky, suo ammiratore, che un giorno entrò nella stanza, si fermò e se ne andò senza che il Maestro avesse avvertito la sua augusta presenza.
Egli scriveva ad una velocità sbalorditiva, con una calligrafia minuta e indecifrabile, mugolando cupamente ciò che sentiva nascere dentro di sè.

Non esisteva un'ora per il primo pasto. Talvolta, tutto preso dagli ardori creativi, se ne dimenticava addirittura.
A.tavola però si rallegrava e ci stava volentieri. Abitudinariamente mangiava a casa, per poter poi subito riprendere il lavoro interrotto.
Ma si recava con gli amici in trattoria, quando voleva concedersi una pausa distensiva.
Uno dei suoi piatti prediletti erano i maccheroni col cacio parmigiano. Tra le minestre amava più di tutte la zuppa, nella quale voleva non meno di dodici uova. Preferiva alla carne il pesce, in particolare il nasello con patate. Beveva acqua di pozzo in eccessiva quantità, specie d'estate, e tra i vini prediligeva il "vin di costa" di Budapest e i vini d'Austria leggeri.
Dopo mangiato, si poneva al pianoforte con lena raddoppiata. Produceva molto ma si sfibrava fortemente. Tanto che verso le diciassette era costretto spesso a "prender aria" una seconda volta, e si recava allora fuori città, a sdraiarsi in mezzo al verde, anche sotto la pioggia, con gli occhi fissi al cielo.
Quando tornava a casa, al calar della sera, amava improvvisare con folle trasporto o sul pianoforte o sul violino o sulla viola.
Non cenava quasi mai: la sera prendeva di solito un piatto di minestra o quello che era avanzato del desinare.
Poi, dopo gli ultimi ritocchi a ciò che aveva composto nella giornata, si recava al caffè vicino per bere un bicchiere di birra, fumando la pipa e leggendo i giornali. Entrava dalla porticina di dietro, per non farsi notare e prendeva posto in uno stanzino appartato. Rare volte intavolava discorso con persone estranee. Letti i giornali, abbandonava in fretta il locale.

Comperava l'Augsburger Allgemeine Zeitung (giornale di Augsburg), per leggerselo a casa, soltanto nel periodo delle discussioni al Parlamento inglese, che lo interessavano moltissimo.
Tornato nella sua abitazione, riprendeva il lavoro in casi eccezionali. Di solito alla sera non componeva, ma si abbandonava alla lettura dei suoi autori prediletti: Goethe, Schiller, Ossian ed Omero *.
Alle dieci, al più tardi, si coricava. Il suo tragico volto improvvisamente si distendeva, la fronte si spianava, Beethoven dormiva.


* Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) il più grande poeta e scrittore della Germania..., Friedrich Schiller (1759-1805), altro famoso poeta Tedesco...., James MacPherson (1736-1796) scrisse i Poemi di Ossian..., Omero è il sommo poeta greco autore dell'Iliade e dell'Odissea.




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