lunedì 4 febbraio 2013

SINFONIE DI HAYDN (Haydn Symphony)

Franz Joseph Haydn (1732–1809)
  
Abbracciare d'un solo sguardo le oltre cento Sinfonie di Franz Joseph Haydn (l'esatto numero delle Sinfonie di sicura paternità haydniana sembra doversi ormai far arrivare a 108) significa considerare panoramicamente l'evoluzione del sinfonismo mitteleuropeo tra il 1759 ed il 1795. Trentasei anni in cui, con un ritmo di tre sinfonie all'anno, il genere si evolve in Haydn dai primitivi e semplicistici modelli di Carl Philipp Emanuel Bach, di Monn, di Reutter e Wagenseil, a quelli del gigantismo beethoveniano.
E non è soltanto un caso che le ultime sinfonie haydniane abbiano un organico esattamente corrispondente alla Prima Sinfonia di Beethoven, che è del 1800. Lo stesso genio tedesco, infatti, non poté non prendere le mosse dai risultati ultimi della ricerca sinfonica haydniana, piegandoli a più profonde e mutate esigenze interiori ed ignorando la troppo personale traccia lasciata nel repertorio sinfonico da un inimitabile Mozart.

L'ultimo gruppo di sinfonie haydniane, quelle scritte a Londra tra il 1791 ed il 1795, dopo l'allontanamento da Esterhàz, rappresenta per maestria compositiva e ricercatezza stilistica uno dei vertici indiscussi del sinfonismo di stampo classico. La già collaudata struttura formale ed il taglio strumentale si arricchiscono attraverso il tesoro dell'esperienza mozartiana delle ultime tre Sinfonie del 1788 (la K 543, la K 550 e K 551). Ed è questo quasi un implicito omaggio alla grande superiorità del genio salisburghese, scomparso proprio nel 1791 appena trentacinquenne. Eppure, nonostante la estrema differenza stilistica, strumentale, contenutistica, esiste nelle Sinfonie di Haydn un'atmosfera comune legata alla affabilità ed alla bonomia del loro autore. Non a caso Hoffmann sosteneva che ascoltare una Sinfonia di Haydn è come fare una sana passeggiata all'aria aperta in campagna. si tratterebbe insomma, come sostiene Charles Rosen nel suo fondamentale studio sul classicismo (Lo stile classico), di "pastorali eroiche" caratterizzate da un tono appunto pastorale, da un "miscuglio di sofisticata ironia e di innocenza superficiale, che costituisce I'elemento essenziale di questo genere". Qualcosa, insomma, come ben si comprende, di diametralmente opposto dai contenuti personalissimi e violentemente individuali dell'erede Beethoven. In tal senso, nel senso cioè di una dominante eleganza formale, la  Sinfonia n. 101 - La Pendolail cui nome si lega alla ritmica figurazione dell'Andante, ha pochi rivali nel novero della produzione sinfonica haydniana e va giudicata ben al di là della semplice curiosità descrittiva del secondo movimento. Ne fanno fede, se non altro, l'aggraziata e sofisticata scorribanda del Finale e l'aerea levità, quasi ultraterrena, del Trio. L'opera di raffinato artigianato settecentesco e di apprezzabile cesello, che permette di calare in un calco formale e di elaborare all'interno di esso un contenuto musicale, giunge qui al suo apogeo.
Dopo "La pendola", e dopo le altre Sinfonie londinesi di Haydn la bilancia penderà tutta dalla parte dell'imperiosità espressiva, della prepotenza dell'ispirazione che modella, coarta e coagula attorno a sé la forma. Solo con Schubert (esclusa la "Grande" e l'Incompiuta) si tornerà a questa dimensione di purezza spirituale, immune dalle ventate improvvise del dramma.
  
  
Adam Fischer - Haydn Symphony

00:00 - Symphony No.1
13:31 - Symphony No.2
23:08 - Symphony No.3
40:45 - Symphony No.4
58:24 - Symphony No.5
   
La stessa ampiezza di strutture e la stessa coerenza di sviluppo non sono invece documentabili nelle Sinfonie del più giovane Luigi Boccherini, nato una decina d'anni dopo Haydn ed assai apprezzato dal caposcuola di Rohrau, e più propenso invece ad una dimensione 'ambientale' e coloristica del genere che non ad un costruttivismo di tipo classico.
Ben diverso è invece il discorso sul Boccherini camerista (pregiatissimi sono ad esempio i suoi quintetti per archi) e concertista, con particolare riguardo allo strumento prediletto, il violoncello. Per questo il compositore lucchese scrisse undici Concerti, sicuramente garantiti al loro primo apparire in pubblico dalle sue non comuni doti di interprete.
Dopo l'opera vivaldiana (27 Concerti, secondi per numero, nella produzione del "prete rosso", solo ai Concerti per violino e per fagotto) questi Concerti segnano il culmine della fortuna solistica del violoncello nel Settecento. Il Concerto in si bemolle, composto con tutta probabilità tra il 1770 ed il 1772, vide la luce all'indomani del trasferimento del musicista toscano a Madrid. È la pagina più famosa del repertorio concertistico boccheriniano e quella che forse meglio ne esemplifica, accanto alle novità della scrittura tecnica solistica, il clima stilistico scaturente da una assoluta semplicità e padronanza dei mezzi espressivi.
Noto per lungo tempo attraverso una discutibile realizzazione di Friedrich Grützmacher; solo recentemente questo concerto è stato restituito ad un'esecuzione attendibile attraverso un'edizione a stampa basata sull'autografo.


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Sta.................


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