domenica 29 luglio 2012

FRATELLI D'ITALIA - Inno di Mameli - GOFFREDO MAMELI - La vita (Testo e video)


Goffredo Mameli
    
“Era verso sera di quel giorno fatale, quando Mameli, che io avevo trattenuto al mio fianco la maggior parte di quel giorno, siccome aiutante mio, mi chiese supplichevole di lasciarlo procedere avanti ove più ferveva la pugna, sembrandogli ingloriosa la sua posizione presso di me. Dopo pochi minuti, mi ripassava accanto, trasportato gravemente ferito, ma radioso, brillante nel volto, d'aver potuto spargere il sangue pel suo paese. Non ricambiammo una parola. Ma gli occhi nostri si intesero nell'affetto che ci legava da tanto tempo. Io rimasi dimesso. Egli proseguiva come in trionfo”.

Sono parole di Garibaldi alla madre del poeta. La perdita che più colpisce nell'elenco sanguinoso di quel tre giugno romano è forse questa: gli altri sono uomini di guerra, per la maggior parte veterani che, anche se di giovane età, hanno bruciato gli anni al fuoco dei bivacchi e delle battaglie; ma Goffredo Mameli significa qualcosa di più:

“Per me, per noi profughi da vent'anni e invecchiati nelle delusioni, egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l'istinto del bene e del sacrificio vivranno inconsci nell'anima umana e non saranno, come la nostra virtù, frutta di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta l'ingenua bellezza dell'innocenza”: così Mazzini.

L'ombra di Mazzini si protende sulla breve vita del poeta. Ventidue anni appena. 
Goffredo Mameli è nato a Genova il 15 settembre 1827. Ha studiato filosofia e legge, ma forse più ancora si è distinto per la sua condotta irrequieta e ribelle, nell'ambiente studentesco. Dove partecipa dapprima ad una società segreta, che ha per programma riuscite manifestazioni in favore di Pio IX e degli esuli romani amnistiati che tornano in patria. Mameli è già convinta repubblicano, in quello scorcio del 1846-47, legato a Mazzini (che conoscerà soltanto a Milano l'anno dopo) “per lettere e unità di lavoro”: nei suoi versi riesce a trasfondere come nessun altro lo spirito religioso dell'ideale mazziniano.
Un giorno un amico comune cerca Michele Novaro, musicista genovese allora a Torino, e consegnandogli un foglio, gli dice: 
“To', te lo manda Goffredo”. 
L'altro legge, poi ai presenti incuriositi: “Una cosa stupenda” e ad alta voce scandisce i versi di Fratelli d'Italia, tra lo entusiasmo di quanti ascoltano.
“Io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario” ricordò poi il musicista “sa che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo...”. Corse a casa, si mise al pianoforte, col foglio di Mameli davanti. Nasceva così l'inno che la rinata Repubblica avrebbe fatto proprio.
  
Consegna dei brevetto di capitano a Goffredo Mameli morente.


Rivoluzione, guerra. Mameli forma una compagnia di 300 volontari genovesi che chiama “Giuseppe Mazzini”. Il 24 marzo è a Milano, accolta trionfalmente. Nella metropoli lombarda assiste all'ingresso delle truppe piemontesi: “Ieri entrò tra gli applausi l'armata nostra”, scrive ad un amico “fra gli immensi evviva non vi fu neanche un viva Carlo Alberto”. Alla campagna del '48 partecipa prima con la Legione Tarres, poi con quella dei bersaglieri Mantovani. 
“Dio protegga l'Italia dalla stoltezza (e peggio) di chi dirige la casa”...scrive alla madre dopo Custoza “noi non abbiamo saputo la ritirata dei piemontesi che tardissimo, sicchè rischiammo essere tagliati fuori”.
Gli entusiasmi si riaccendono a Roma, ove accorre nel dicembre 1848. Sul “Pensiero italiano” verga il famoso articolo, che è come un inno di guerra: 
“Finalmente siamo alla vigilia del tremendo conflitto dei due principii, indipendenza e schiavitù, assolutismo e libertà”. 
Si distingue nella campagna contro i borbonici, ma alla madre si limita a dire:  “passiamo sul fianco dell'armata napoletana, facciamo 29 miglia in una notte, ed eccoci a Roma di guardia a Porta S. Pancrazio: questo si chiama far la guerra senza dormire”.
Il 3 giugno è febbricitante. Bixio lo supplica di riguardarsi. Ma il poeta: “Mi parli sempre di me, quando assassinano il nostro paese non abbiamo altro letto che, quello della morte, ma prima bisogna battersi, battersi, battersi, battersi”. 
La palla che lo colpisce al ginocchio, gli provoca la frattura della gamba sinistra. Viene curato in modo sbagliato. La ferita si aggrava, si manifesta la cancrena. Mameli scrive, ancora alla madre: “Sono in perfetta convalescenza, comincio a mangiare e il medico mi ha detto che fra tre settimane sarò guarito”. 
Invece l'indomani subisce l'amputazione della gamba. Il Triumvirato lo ha proposto altre volte per la promozione a capitana di Stato Maggiore, ma per modestia egli ha rifiutato; la nuova proposta gli viene portata in ospedale e questa volta il poeta accetta. I suoi giorni sono contati. Si spegne con la Repubblica, come Petöfi. 
La notizia che i francesi sono entrati in Roma gli viene tenuta nascosta. Tre giorni dopo, il 6 luglio 1849, il poeta muore.
  

   
FRATELLI D'ITALIA
(Goffredo Mameli - musica di Michele Novaro)

Fratelli d'Italia; 
l'Italia s'è desta; 
dell'elmo di Scipio 
s'è cinta la testa. 
Dov'è la vittoria? 
Le porga la chioma; 
chè schiava di Rema 
Iddio la creò! 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò.
Noi siamo da secoli 
calpesti, derisi,
perchè non siam popolo, 
perchè siam divisi. 
Raccolgaci un'unica 
bandiera, una speme; 
di fonderci insieme 
già l'ora suonò. 
Stringiamoci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
Italia chiamò.
    
Busto di Goffredo Mameli al Gianicolo
      
Sta... per sempre...

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Il nostro inno!