sabato 5 maggio 2012

DONNA LOMBARDA (Testo, commento e video)


   
UN CANTO POPOLARE EPICO-LIRICO

Le comunità contadine, così come erano organizzate prima dello spopolamento di tante zone della campagna italiana, avevano una loro cultura compatta e antica. Si andava dagli usi e dalle tradizioni domestiche alle abitudini di lavoro e di divertimento, alle credenze ed alle superstizioni. Il complesso di tutte queste cose si può definire come cultura contadina, perché la `cultura' è quel complesso di nozioni e di regole su cui si fonda la tradizione e la vita organizzata di una società. Mentre la nostra esistenza è regolata da nozioni scritte (libri, leggi, informazioni dei giornali ecc.), la cultura contadina, tipica di un mondo in cui non si sapeva quasi mai leggere e scrivere, era orale, cioè tramandata attraverso la viva voce. Il canto popolare, usato dalle comunità in occasione di riunioni nei momenti di festa e riposo, ma anche talvolta sul lavoro, nei campi, era appunto una forma di 'letteratura' non scritta usata dal popolo. 
Parlerò uno di questi canti popolari, a cui è stato posto il titolo convenzionale “Donna lombarda”. È uno dei più famosi e diffusi in Italia, del tipo detto “epico-lirico”: etichetta con cui si designa una forma di canto narrativo diffuso nelle regioni settentrionali della penisola. Esso viene eseguito in genere coralmente (sul tipo del repertorio alpino), mentre nel Centro-sud dell'Italia il canto è in genere individuale (serenate, stornelli, ecc.). Delle canzoni epico-liriche, “Donna lombarda” è fra quelle che ha suscitato maggiore interesse tra gli studiosi. 
Un grande esperto di canti popolari vissuto nell'Ottocento, Costantino Nigra, riteneva che l'origine di “Donna lombarda” fosse antichissima. Infatti, la storia che viene raccontata in questa canzone ha dei singolari punti di contatto con quella della regina longobarda Rosmunda, la quale tentò di uccidere il marito Elmichi dandogli da bere una coppa di vino avvelenato; l'uomo, accortosi dell'inganno, con la minaccia della spada costrinse Rosmunda a bere anch'essa, ed i due morirono nella medesima ora, entrambi uccisi dallo stesso veleno. A parte i nomi, è la stessa vicenda che troviamo nel nostro canto: Nigra identificò senza alcun dubbio Rosmunda nella misteriosa donna 'lombarda' (=longobarda), e datò la canzone al VI secolo dopo Cristo, epoca in cui era avvenuto il fatto storico, ritenendo che il popolo lo avesse fatto suo ed avesse subito cominciato a cantare quei versi che ancora oggi sono vivi in tante parti d'Italia. Una identificazione, quella di Nigra, affascinante, ma che oggi non ci trova più molto convinti: infatti la storia di un avvelenamento che si conclude con la punizione dell'assassino non è un fatto che debba essere collegato ad una precisa realtà storica, e comunque non certo a un episodio così lontano: si tratta piuttosto di una storia esemplare, per nulla specifica. La canzone è probabilmente molto più recente di quanto credeva Nigra. Del resto, non è solo l'antichità ad interessarci: ci affascina la diffusione ampia di questo canto, che è stato registrato in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, in Emilia, in Toscana (ed anche in Puglia, in Campania, nel Lazio). Naturalmente, muovendosi nello spazio, viaggiando da luogo a luogo, il canto non è rimasto sempre uguale, ma ha subito diverse modificazioni. Per esempio, ogni comunità lo adatta al proprio dialetto; oppure si italianizza; e certe parole mutano, diventando magari incomprensibili. La cultura popolare orale (la cultura del popolo contadino dell'età pre-industriale, la cultura di chi non sa scrivere) affida solo alla memoria ed alla ripetizione il possesso delle nozioni; e, si sa, la ripetizione orale, a differenza della scrittura, non conserva le cose, ma le modifica continuamente. Queste modificazioni avvengono nel corso del tempo e nello spazio, durante la trasmissione da luogo a luogo, quando il canto passa dall'uno all'altro, come in una catena. Una stessa canzone, cantata dal popolo in luoghi diversi, può presentarsi diversa nella lingua e nel contenuto.
Proprio in questa mutevolezza continua, in questa adattabilità alle più diverse situazioni, sta la vera natura del canto popolare. Per molto tempo ci si è posti il seguente problema: un canto come “Donna lombarda”, che certo anche se non antichissimo come voleva Nigra, è pur sempre vecchio di secoli, ha un autore o è una creazione collettiva del popolo? È il popolo stesso che l'ha saputo inventare? Un problema analogo si poneva per i poemi dell'antichità greca, l'Iliade e l'Odissea, il cui autore, il mitico Omero, veniva ritenuto da molti studiosi una figura immaginaria: il vero autore dell'Iliade e dell'Odissea sarebbe stata la collettività popolare greca. Oggi abbiamo imparato che ha poca importanza rispondere alla domanda “chi è l'autore?” quando siamo davanti ad un testo popolare affidato alla tradizione orale. L'autore, è chiaro, c'è sempre, ed è un singolo, non una collettività: ma quando una canzone viene ripetuta da una comunità per molto tempo, e subisce tutte le modifiche che le circostanze ed il caso provocano, non più l'autore, ma la comunità è la vera proprietaria di ciò che ha accettato, fatto suo e modificato a proprio piacimento. I canti popolari sono un poco come la lingua che parliamo e come le parole che usiamo, le quali hanno un'origine, ed anche magari un autore, ma sono ormai diventate un bene di tutti.

La versione di Donna lombarda che ho trascritto è stata raccolta in Liguria (a Ceriana, in provincia di Imperia) da Roberto Leydi. Il testo non è però in dialetto ligure, bensì in un italiano particolare, adattato alle esigenze di parlanti abituati al dialetto e non colti. Questo italiano può essere definito italiano popolare. Ci basti per ora frenare lo stupore davanti a forme come dona per donna, venireva per verrei, de lu tuo padre per di tuo padre, bùtala per mettila ecc. Apparentemente sono 'errori' o 'grossolanità'; in realtà è il modo con cui un canto popolare da centinaia di anni ripetuto in dialetto si è piano piano italianizzato, assumendo forme linguistiche che ancora risentono del dialetto di partenza. Anche nel contenuto si trova di che sconcertare chi non è abituato a questo tipo particolare di letteratura umile. Si guardi la trama della storia narrata: la donna, istigata dall'amante, dà al marito un bicchiere di vino, avvelenato con la lingua di un serpente; l'uomo si accorge dell'inganno perché il vino è diventato torbido, chiede spiegazioni, ed allora un “bambino di pochi mesi”, suo figlio, miracolosamente parla e denuncia il tentativo di omicidio. Come può parlare un bambino di pochi mesi (in certe località si canta “di pochi giorni”, in altre “di pochi anni”)? Il canto popolare è pieno di incongruenze del genere. Ci sono talvolta elementi incomprensibili, parole che risultano insensate: così è nel nostro testo, al v. 9. Il fatto è che le parole sono solo una parte del canto, il quale è fatto soprattutto di un motivo musicale: può capitare che le parole vengano in parte dimenticate e sostituite con altre, e che l'insieme zoppicante sia appunto sorretto dalla melodia, anche quando il senso è entrato in crisi. Davanti a testi di questo tipo, quindi, non ci deve guidare la ricerca del bello o comunque un atteggiamento simile a quello che usiamo nei confronti della letteratura colta. Dobbiamo invece pensare che stiamo esaminando un documento di un mondo lontanissimo dal nostro e governato da regole del tutto differenti.
  
DONNA LOMBARDA - Versione cantata da Caterina Bueno

   
      
DONNA LOMBARDA
(“I canti popolari italiani”, a cura di R. Leydi)

"Dona lombarda lombarda  dona lombarda
se vuoi venire a cenar con me” (bis )

“Mi venireva ben volentieri ma l'ho paura dello mio marì”

“Tuo marito fallo morire fallo morire che t'insegnerò.
Va ne l'orto de lu tuo padre, prendi la lingua dello serpentin.
Prendi la lingua del serpentino, butala dentro ne lu buon vin”.

E alla sera riva 'l marito: “o moglie mia pòrtami da ber”.

“Tu lo vuoi bianco tu lo vuoi nero”.

“Pòrtalo pure come piace a te”.

“O moglie mia come la vale che questo vino l'è intorboli?”

“Sarà la pompa dell'altro ieri e che l'ha fatto ma intorbolì”.

Ma un bambino di pochi mesi che apena apena cominciò a parlar:
“O padre mio no lo sta a bere che questo vino l'è avvelenà”.

“E all'onore di questa spada o moglie mia bévilo tu
E all'onore di questa spada donna lombarda devi morir”.


Sta... per sempre...

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