sabato 21 aprile 2012

LA PRINCIPESSA DI CARINI - Canto narrativo siciliano






LA_PRINCIPESSA DI CARINI

C'era na principissa di Carini,
ièra affacciata nna lu so barccuni.

Viri viniri na cavalleria:
“Chisto è me patri chi bèni pi mia. 

O caru patri chi biniti a fari?”.
“O cara figghia p'ammazzari a tia”.

“O caru patri un m'ammazzaru ora, 
quantu va chiamu a lu me confissuri”.

“Nta tantu tempu un t'ài confissatu.
Ora ti vinni sta confissiuni.

Tira, cumpagnu mia, nun la sgarrari,
pìchila nna lu centru di lu cori”.

Lu primo corpu la donna carìu,
secunnu corpu la donna murìu.

Curriti tuttí monaci e parrìní, 
ora ch'i morta la vostra signura”. 

Li vermi si la macini la ula 
unni c'è misa la bella ulera.

E idda si scantava a dormiri sula, 
ora cu l'autri morti accumpagnata.


LA PRINCIPESSA DI CARINI  
Traduzione

{Narratore} C'era una principessa di Carini, 
era affacciata nel suo balcone.

Vide venire una cavalleria:
{Donna} “Questo è mio padre che viene per me. 

O caro padre, che venite a fare?”
{Padre} “O cara figlia, per ammazzarti!”

{Donna} “O caro padre, non mi uccidere ora, 
che io vado a chiamare il mio confessore”. 

{Padre alla figlia} “In tanto tempo non ti sei confessata. 
Ora ti viene il desiderio di confessarti!

{Padre a un suo compagno} Tira; compagno mio, non la sbagliare,
colpiscila nel centro del cuore”.

{Narratore} “Al primo colpo la donna cadde, 
al secondo colpo la donna morì.

{Voce anonima} “Correte tutti, monaci e preti, 
ora ch'è morta la vostra signora!”

{Narratore} “I vermi mangiano la gola 
dove è messa la bella collana.

E lei aveva paura di dormire sola
Ora con gli altri morti (è) accompagnata *.


* Gli ultimi due versi si trovano, molto simili, anche in altre canzoni popolari: vedi ad esempio la famosa canzone napoletana: Fenesta che lucivi e mo' non luci, pubblicata nel 1841 e la cui musica è attribuita a Vincenzo Bellini. 
   
Il castello di Carini
   








UN_CANTO NARRATIVO MERIDIONALE 

Un fatto di cronaca, avvenuto nel castello di Carini (oggi un paesetto vicino Palermo), sta all'origine di questo canto popolare siciliano. In generale, nel canto popolare non si conosce l'autore, perché il testo, dopo che è stato composto, viene a far parte della cultura di tutto un popolo; e poiché il testo non è scritto, ma orale, il popolo ha la possibilità di modificarlo, sia nella melodia sia nelle parole.
Nel caso del canto in questione, pare che sia esistito un autore ben preciso (a noi ignoto), il cui mestiere era quello di 'cantastorie'. Egli, cioè, componeva 'storie' e poi, girando di paese in paese, le cantava, spesso illustrandole al pubblico con delle tavole su cui, in tanti quadretti, erano dipinte le fasi più importanti degli avvenimenti. La parola 'cantastorie' ci fa subito capire che cosa, per il popolo, costituisse la 'storia': questa non aveva la funzione di far capire il passato mediante uno studio critico di fatti e delle loro cause, ma aveva solo il compito di raccontare qualcosa che toccasse i sentimenti della povera gente.
Un cantastorie, dunque, si fece interprete di un fatto tragico, avvenuto nel 1563; altri cantastorie, poi, col passare del tempo, continuarono a trasmettere il testo (e la sua melodia). Quando il canto, che nella versione dei cantastorie doveva essere ben più lungo di quello da me riportato, divenne patrimonio popolare, subì delle variazioni; ne restò quasi lo scheletro essenziale.

La trama storica del canto è la seguente: una giovane donna, figlia di un nobile e sposa di un barone, si innamora di un cugino; il padre, per vendicare l'onore della famiglia, uccide senza pietà la propria figlia. Il fatto in sé è marginale, di poco conto. Al popolo, invece, che si è appropriato dell'evento, ascoltando con attenzione il cantastorie e poi ripetendone il canto, esso serve per piangere uno dei tanti casi disgraziati della vita: la donna è un'infelice, che deve essere compianta; e il padre è un essere crudele, se è stato capace di uccidere la propria figlia per salvare il buon nome del casato. Ed ecco allora che la fantasia popolare interviene a ricamare nuovi elementi sulla nuda trama degli eventi storici.
La donna vede il padre, lo invoca, lo supplica; dopo la morte della principessa accorre il clero, per pregare per la sua anima; la donna morta rimane sola, abbandonata da tutti e mangiata dai vermi.

La struttura del testo (che riporto come l'ha raccolto Roberto Leydi a Capaci, vicino a Palermo) non è di immediata comprensione per chi non conosca i fatti. Nel testo è sparito qualcosa che pur si rende necessario per capire la tragedia: non si parla infatti dell'amante, e l'uccisione della donna sembra immotivata. Evidentemente, questa versione è diversa da quella antica, ed è stata modificata nel corso del tempo. Il canto, pur se effettuato da una sola persona, è un susseguirsi di battute di dialogo, con brevi interventi del narratore (ciò si vede bene nella traduzione italiana, in cui ho indicato i personaggi). Non una parola di giudizio morale, né sulla donna né sul padre: conta solo la grandiosità del fatto narrato.

Sta...per sempre....

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