giovedì 5 aprile 2012

INNO DEI LAVORATORI - Filippo Turati (Testo, commento e video)

Filippo Turati

INNO DEI LAVORATORI
Testo di Filippo Turati


Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.
 
 Nelle pene e nell'insulto
 ci stringemmo in mutuo patto,
 la gran causa del riscatto
 niun di noi vorrà tradir.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d'un armento
siam sfruttati dai signor.

 I signor per cui pugnammo
 ci han rubato il nostro pane,
 ci han promessa una dimane:
 la dima si aspetta ancor.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

L'esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l'altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

 Lo strumento del lavoro
 nelle mani dei redenti
 spenga gli odii e fra le genti
 chiami il dritto a trionfar.

   Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

 Ogni cosa è sudor nostro,
 noi disfar, rifar possiamo;
 la consegna sia: sorgiamo
 troppo lungo fu il dolor.

 Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Maledetto chi gavazza
nell'ebbrezza dei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

 Maledetto chi non geme
 dello scempio dei fratelli,
 chi di pace ne favelli
 sotto il pie dell'oppressor.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

 Guerra al regno della Guerra,
 morte al regno della morte;
 contro il dritto del del più forte,
 forza amici, è giunto il dì.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

 Agli imbelli, ai proni al giogo
 mai non splenda il vostro riso:
 un esercito diviso
 la vittoria non corrà.

 Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un'ironia,
se pugnar non fu follia
per la santa libertà;

 Su fratelli, su compagne,
 tutti i poveri son servi:
 cogli ignavi e coi protervi
 il transigere è viltà.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  

   

Il testo (del 1886) è di Filippo Turati (1857-1932), uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano, personaggio di fondamentale importanza nella storia del movimento operaio internazionale, capintesta dei riformismo socialista. La musica è di Amintore Galli, un conservatore cattolico, proprietario terriero e membro dei Consvarvatorio, che non immaginava certo - nel momento in cui consentiva a Turati di utilizzare per il suo inno una musica di lui scritta in precedenza per tutt'altra occasione - i guai che gli sarebbero capitati addosso ad opera dei solerti tutori dell'ordine.
Il Canto dei lavoratori (Inno dei lavoratori), borghese per linguaggio e contenuti, divenne tuttavia molto popolare, magari con qualche opportuno rimaneggiamento (per esempio... “Noi vivremo del lavoro / senza papa e senza re”; rime estrapolate dal volumetto Canti socialisti e comunisti, di L. Settimelli e L. Falavolti - La nuova sinistra ed. Savelli, Roma 1973). Per notizie più ampie vedi l'opuscolo di note e testi dell'antologia discografica Il bosco degli alberi. 

Numerosissime sono le esecuzioni discografiche; riporto quelle che considero più significative e più facilmente rintracciabili: Coro di Salsomaggiore Terme in Avanti popolo alla riscossa..., e in Canti e inni socialisti..., Nuovo Canzoniere Milanese in Il bosco degli alberi..., Coro Le camicie rosse in un 45 giri CEDI..., e nel LP Canti rivoluzionari italiani (Vedette, Zodiaco).
     






DOCUMENTAZIONE

Dagli atti dei processo di Milano 1898 riporto una parte dell'interrogatorio di Turati, relativo all'atteggiamento del dirigente riformista di fronte alle rivolte proletarie dello stesso anno. Sono nel volume Autodifese di militanti operai  e democratici italiani davanti ai Tribunali, a cura di Stefano Merli (ed. Avanti!, Milano-Roma 1958). 
Filippo Turati fu condannato a 12 anni di prigione.

“IMPUTATO: Verso le 15 venne da me un conoscente a raccontarmi come in Ponte Seveso vi fosse della gente tumultuante e si fossero operati degli arresti. Mi si pregò di recarmi sul luogo per raccomandare la calma.
Io deputato di Milano, e proprio di quel collegio, mi sentii in dovere di lasciare subito il lavoro e di recarmi senza indugio a prestare la mia opere pacificatrice.
M'informai della causa del fermento causata dal voler la folla la liberazione di un arrestato e mi si disse che altra dimostrazione si voleva fare alla sera, senza scopo preciso e senza direzione. Insomma c'era il contagio del dimostrare. Allora chiesi di parlate col funzionario di pubblica sicurezza e gli domandai se non fosse stato opportuno di evitare ulteriori disordini, col rilascio dell'arrestato. Il funzionario condivise la mia proposta e mi pregò anche di dire due parole alla folla per calmarla. Sulle spalle di due popolani dissi appunto così: "Cittadini sono venuto fra voi, capisco il sentimento che vi anima e sono persuaso di ottenere ciò che domandate".
Naturalmente volevo prenderli dal lato buono e sapendo che alla sera volevano fare un'altra dimostrazione dissi che quello non ne era il momento.
Nella folla v'erano degli elementi che non mi accolsero molto bene, come generalmente io sono accolto dagli operai. Essi gridavano: "E quando verrà questo momento?" ...ed io loro risposi: "Verrà, verrà e chi vi consiglia oggi di dimostrare non può essere che un vostro nemico. Voi avete tanta strada da fare nell'ordine economico sociale e non fatevi fissare dai vostri nemici il giorno della riscossa. Se ci fosse lo scopo di fare la dimostrazione io verrei con voi".

PRESIDENTE: Lei non disse: "Quando verrà il momento di fare qualche cosa io scenderò con voi?".

IMPUTATO: Ma signor presidente in quel momento nessuno pensava che dovesse succedere una dimostrazione simile; era un sentimento di solidarietà vaga per quei che furono uccisi in altre parti d'Italia; in ogni modo le mie parole miravano a pacifìcare e null'altro, perché nessuno poteva immaginare la gravità degli avvenimenti successi. Il giorno stesso anche i moderati dissero che io ero commosso, e che predicavo la calma....
Alla folla bisogna parlare nei debiti modi e pigliarla pel suo verso. Se avessi fatto un discorso da cappuccino o da carabiniere certamente non avrei ottenuto nulla.
Nel mio discorso si deve guardare il complesso, non una frase isolata, e mi dovete ammettere che io non avevo che un solo desiderio, cioè che non avvenisse nessun conflitto, perché, come dissi questa mattina, qualunque rivolta sarebbe stata rovinosa per noi, ed io feci ogni sforzo per impedire la più piccola violenza.
Mi sarei anche messo d'accordo coll'ultima guardia di questura per poter evitare i più piccoli fatti...
Di corsa ritornai e arrivai sul luogo ove erano riunite circa diecimila persone. Presi di nuovo la parola e persuasi la folla che il ragazzo sarebbe stato rilasciato prima di sera.
Annunziai pure che la Giunta comunale aveva ribassato il dazio sulle farine e dissi tutto ciò allo scopo di calmare i dimostranti. Aggiunsi poi che l'autorità giudiziaria s'era decisa al rilascio, non trovando alcuna colpa a carico del ragazzo e dissi questo per mettere in buona vista la questura e giustificare in certo qual modo la liberazione. Finii col raccomandare di bel nuovo la calma e ottenni lo scopo. Questa è la mia giornata per la quale ora sono minacciato di diciotto anni di reclusione.
Ritornai dal questore il quale mi assicurò che il ragazzo era stato messo in libertà. Lo ringraziai e contento del mio operato me ne andai a casa.
Mi pare d'aver dimostrato di non essermi imposto alle autorità. Se io avessi fatto opera di eccitamento, dovrebbero essere qui con me, su questo banco, anche il questore e l'ispettore di pubblica sicurezza. Io quindi vivea tranquillissimo ed in quella sera, anche mercé un forte acquazzone, non avvenne nulla.
Naturalmente stavo sull'attenti, non immaginandomi mai che alla mattina potesse avvenire un'altra dimostrazione.
     
Quarto Stato - Giuseppe Pellizza da Volpedo (Vedi scheda)







   




Sta....per sempre....
   

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