sabato 21 aprile 2012

LA PRINCIPESSA DI CARINI - Canto narrativo siciliano






LA_PRINCIPESSA DI CARINI

C'era na principissa di Carini,
ièra affacciata nna lu so barccuni.

Viri viniri na cavalleria:
“Chisto è me patri chi bèni pi mia. 

O caru patri chi biniti a fari?”.
“O cara figghia p'ammazzari a tia”.

“O caru patri un m'ammazzaru ora, 
quantu va chiamu a lu me confissuri”.

“Nta tantu tempu un t'ài confissatu.
Ora ti vinni sta confissiuni.

Tira, cumpagnu mia, nun la sgarrari,
pìchila nna lu centru di lu cori”.

Lu primo corpu la donna carìu,
secunnu corpu la donna murìu.

Curriti tuttí monaci e parrìní, 
ora ch'i morta la vostra signura”. 

Li vermi si la macini la ula 
unni c'è misa la bella ulera.

E idda si scantava a dormiri sula, 
ora cu l'autri morti accumpagnata.


LA PRINCIPESSA DI CARINI  
Traduzione

{Narratore} C'era una principessa di Carini, 
era affacciata nel suo balcone.

Vide venire una cavalleria:
{Donna} “Questo è mio padre che viene per me. 

O caro padre, che venite a fare?”
{Padre} “O cara figlia, per ammazzarti!”

{Donna} “O caro padre, non mi uccidere ora, 
che io vado a chiamare il mio confessore”. 

{Padre alla figlia} “In tanto tempo non ti sei confessata. 
Ora ti viene il desiderio di confessarti!

{Padre a un suo compagno} Tira; compagno mio, non la sbagliare,
colpiscila nel centro del cuore”.

{Narratore} “Al primo colpo la donna cadde, 
al secondo colpo la donna morì.

{Voce anonima} “Correte tutti, monaci e preti, 
ora ch'è morta la vostra signora!”

{Narratore} “I vermi mangiano la gola 
dove è messa la bella collana.

E lei aveva paura di dormire sola
Ora con gli altri morti (è) accompagnata *.


* Gli ultimi due versi si trovano, molto simili, anche in altre canzoni popolari: vedi ad esempio la famosa canzone napoletana: Fenesta che lucivi e mo' non luci, pubblicata nel 1841 e la cui musica è attribuita a Vincenzo Bellini. 
   
Il castello di Carini
   








UN_CANTO NARRATIVO MERIDIONALE 

Un fatto di cronaca, avvenuto nel castello di Carini (oggi un paesetto vicino Palermo), sta all'origine di questo canto popolare siciliano. In generale, nel canto popolare non si conosce l'autore, perché il testo, dopo che è stato composto, viene a far parte della cultura di tutto un popolo; e poiché il testo non è scritto, ma orale, il popolo ha la possibilità di modificarlo, sia nella melodia sia nelle parole.
Nel caso del canto in questione, pare che sia esistito un autore ben preciso (a noi ignoto), il cui mestiere era quello di 'cantastorie'. Egli, cioè, componeva 'storie' e poi, girando di paese in paese, le cantava, spesso illustrandole al pubblico con delle tavole su cui, in tanti quadretti, erano dipinte le fasi più importanti degli avvenimenti. La parola 'cantastorie' ci fa subito capire che cosa, per il popolo, costituisse la 'storia': questa non aveva la funzione di far capire il passato mediante uno studio critico di fatti e delle loro cause, ma aveva solo il compito di raccontare qualcosa che toccasse i sentimenti della povera gente.
Un cantastorie, dunque, si fece interprete di un fatto tragico, avvenuto nel 1563; altri cantastorie, poi, col passare del tempo, continuarono a trasmettere il testo (e la sua melodia). Quando il canto, che nella versione dei cantastorie doveva essere ben più lungo di quello da me riportato, divenne patrimonio popolare, subì delle variazioni; ne restò quasi lo scheletro essenziale.

La trama storica del canto è la seguente: una giovane donna, figlia di un nobile e sposa di un barone, si innamora di un cugino; il padre, per vendicare l'onore della famiglia, uccide senza pietà la propria figlia. Il fatto in sé è marginale, di poco conto. Al popolo, invece, che si è appropriato dell'evento, ascoltando con attenzione il cantastorie e poi ripetendone il canto, esso serve per piangere uno dei tanti casi disgraziati della vita: la donna è un'infelice, che deve essere compianta; e il padre è un essere crudele, se è stato capace di uccidere la propria figlia per salvare il buon nome del casato. Ed ecco allora che la fantasia popolare interviene a ricamare nuovi elementi sulla nuda trama degli eventi storici.
La donna vede il padre, lo invoca, lo supplica; dopo la morte della principessa accorre il clero, per pregare per la sua anima; la donna morta rimane sola, abbandonata da tutti e mangiata dai vermi.

La struttura del testo (che riporto come l'ha raccolto Roberto Leydi a Capaci, vicino a Palermo) non è di immediata comprensione per chi non conosca i fatti. Nel testo è sparito qualcosa che pur si rende necessario per capire la tragedia: non si parla infatti dell'amante, e l'uccisione della donna sembra immotivata. Evidentemente, questa versione è diversa da quella antica, ed è stata modificata nel corso del tempo. Il canto, pur se effettuato da una sola persona, è un susseguirsi di battute di dialogo, con brevi interventi del narratore (ciò si vede bene nella traduzione italiana, in cui ho indicato i personaggi). Non una parola di giudizio morale, né sulla donna né sul padre: conta solo la grandiosità del fatto narrato.

Sta...per sempre....

venerdì 20 aprile 2012

NEW YORK, NEW YORK - Liza Minnelli (Testo, traduzione e video)


   
NEW YORK, NEW YORK
Liza Minnelli

Start spreading the news, I’m leaving today
I want to be a part of it 
New York, New York.
These vagabond shoes are longing to stray
and step around the heart of it 
New York, New York
I wanna wake up in that city, that doesn’t sleep,
to find I’m king of the hill top of the heap.
My little town blues, are melting away
I’ll make a brand new start of it 
in old New York
if I can make it there, I’d make it anywhere
it’s up to you 
New York, New York
I wanna wake up, in that city that doesn’t sleep,
to find I’m king of the hill, head of the list
cream of the crop at the top of the list
My little town blues are melting away
I’ll make a brand new start of it, in old New York
if I can make it there, I’d make it anywhere
it’s up to you, 
New York New York 


NEW YORK, NEW YORK

Inizia a diffondersi la notizia, oggi partirò
Voglio essere parte di lei
New York, New York
Queste scarpe vagabonde, continuano a vagare
Dritte fino al suo vero cuore
New York, New York
Voglio svegliarmi, in una città che non dorme mai
E scoprire che sono il re della collina
Al top del successo
Queste piccole depressioni cittadine, si stanno dissolvendo
Ricomincerò da lei
Nella vecchia New York
Se posso farlo qui, posso farlo ovunque
Sta a te, New York.. New York
New York… New York
Voglio svegliarmi, in una città che non dorme mai
E scoprire che sono un numero uno, il primo della lista
Re della collina, un numero uno…
Queste piccole depressioni cittadine, si stanno dissolvendo
Ricomincerò da lei
Nella vecchia New York
Se posso farlo qui, posso farlo ovunque
Sta a te, 
New York.. New York



        
Liza May Minnelli (Los Angeles, 12 marzo 1946) è un'attrice e cantante americana figlia di Vincent Minelli e della cantante Judy Garland..., esordì nel 1962.
Dopo aver lavorato in teatro come interprete di musicals (nel 1965 vinse il premio Tony con Flora, the red menace), intraprese una rapida carriera cinematografica, raggiungendo larga popolarità con Cabaret (1972) che le valse l'Oscar quale miglior protagonista.

Tra i suoi film ricordo:
Pookie (1969)
Dimmi che mi ami, Junie Moon (1970)
Nina (1976)

Un'interpretazione che contribuì ad arricchire la sua popolarità fu quella relativa al film di Martin Scorsese, New York, New York (1977), riscattando così la Minnelli dagli insuccessi dei precedenti In tre sul Luck Lady di S. Donen (1975) e Nina di V. Minnelli (1976).
La brillante partecipazione in qualità di attrice e cantante nel musical The act (1978), le valse il premio della critica specializzata.
Tra i suoi film successivi ricordo Arturo (1982) e Poliziotto in affitto (1988).
Nel 1989 la Minnelli è tornata ad esibirsi in uno spettacolare show insieme a Frank Sinatra e Sammy Davies Junior.


Sta...per sempre...

giovedì 19 aprile 2012

STORNELLI TOSCANI




La_cultura popolare, proprio perché si trasmette oralmente, è ricca di testi molto brevi, che più facilmente si possono mandare a memoria. Il brano che qui presento è uno stornello: cioè, una breve composizione lirica, che abitualmente contiene nel primo verso l'invocazione ad un nome di fiore (o di pianta), la quale spesso conferisce il 'tono' al canto. Una rosa nel primo verso sarà seguita da argomenti d'amore; uno spino, invece, da argomenti di gelosia. Questa corrispondenza tra fiore e contenuto dello stornello, però, non è necessaria; a volte il fiore citato non c'entra affatto con l'argomento da trattare. Esistono invece sempre dei rapporti di valore fonico fra i tre versi che generalmente compongono lo stornello: il primo, infatti, rima col terzo, ed è in assonanza col secondo.
L'argomento degli stornelli è per lo più l'amore: la funzione di questo tipo di canto, dunque, è stata quella di manifestare i propri sentimenti (di tenerezza, di sdegno, di gelosia) verso qualcuno. Lo stornello è stato insomma una specie di serenata, che l'amante cantava da solo; il coro, se c'era, si limitava ad accompagnare o a ripetere l'ultimo verso. Perduta la funzione originaria di questo canto d'amore, lo stornello venne poi anche utilizzato in altre occasioni di carattere festoso, specialmente nelle campagne. Per noi è importante sottolineare soprattutto la struttura particolare di questo tipo di canto. Ogni strofa costituisce un'entità perfettamente compiuta, e questo fa sì che la lunghezza del testo sia del tutto indeterminata. Lo stornellaro cantava tante strofe, quante la memoria (o la propria fantasia) gliene dettava. Quando poi gli stornelli vennero usati genericamente in occasione di raduni festosi, poteva succedere che la gente facesse a gara nel ricordarne quanti più possibile, cantandoli a turno.
L'area di diffusione degli stornelli è tutta l'Italia centro-meridionale; famosi sono principalmente quelli romani e toscani (riporto infatti uno stornello toscano, raccolto dall'etno-musicologo R. Leydi).


STORNELLO TOSCANO

Peschi fiorenti
ò canzonato diciannove amanti
ò canzonato diciannove amanti
e se canzono voi saranno venti
colgo la rosa e lascio star la foglia
ò tanta voglia di far con te all'amore.

Fior di susino
se passeggi per me passeggi invano
se passeggi per me passeggi invano
senz'acqua non si macina il mulino.

Fior di granato
prendetelo prendetelo marito
prendetelo prendetelo marito
se avete da scontà qualche peccato.

Fior di trifoglio
giovanottino voi pigliate abbaglio
giovanottino voi pigliate abbaglio
non è ancor seminata l'erba voglio.

O quanta frutta
la donna innamorata è mezza matta
la donna innamorata è mezza matta
quando à preso marito è matta tutta.

(Stornelli, in I canti popolari italiani, a cura di R. Leydi)


Come senz'acqua non si può macinare nel mulino, così l'amante sta dicendo che sono inutili le passeggiate dell'altro, viste le non buone disposizioni all'amore di chi sta cantando lo stornello.


Sta...per sempre...

THEY DANCE ALONE - Sting (Test, traduzione e video)


     

THEY DANCE ALONE
Sting

Why are these women here dancing on their own?
Why is there this sadness in their eyes?
Why are the soldiers here
Their faces fixed like stone?
I can't see what it is that they despise
They're dancing with the missing
They're dancing with the dead
They dance with the invisible ones
Their anguish is unsaid
They're dancing with their fathers
They're dancing with their sons
They're dancing with their husbands
They dance alone, they dance alone

It's the only form of protest they're allowed
I've seen their silent faces they scream so loud
If they were to speak these words they'd go missing too
Another woman on the torture table what else can they do
They're dancing with the missing
They're dancing with the dead
They dance with the invisible ones
Their anguish is unsaid
They're dancing with their fathers
They're dancing with their sons
They're dancing with their husbands
They dance alone, they dance alone

One day we'll dance on their graves
One day we'll sing our freedom
One day we'll laugh in our joy
And we'll dance
One day we'll dance on their graves
One day we'll sing our freedom
One day we'll laugh in our joy
And we'll dance

Ellas danzan con los desaparecidos
Ellas danzan con los muertos
Ellas danzan con amores invisibles
Ellas danzan con silenciosa angustia
Danzan con sus padres
Danzan con sus hijos
Danzan con sus esposos
Ellas danzan solas
Danzan solas

Hey Mr. Pinochet
You've sown a bitter crop
It's foreign money that supports you
One day the money's going to stop
No wages for your torturers
No budget for your guns
Can you think of your own mother
Dancin' with her invisible son
They're dancing with the missing
They're dancing with the dead
They dance with the invisible ones
Their anguish is unsaid
They're dancing with their fathers
They're dancing with their sons
They're dancing with their husbands
They dance alone, they dance alone


 BALLANO DA SOLE

Perché queste donne ballano qui da sole?
Perché c'è questa tristezza nei loro occhi?
Perché ci sono soldati qui
con le loro facce rigide come pietre?
Non posso vedere cos'è che disprezzano.
Stanno ballando con lo scomparso
Stanno ballando con il morto
Stanno ballando con l'invisibile
La loro angoscia è silenziosa
Stanno ballando con i loro padri
Stanno ballando con i loro figli
Stanno ballando con i loro mariti
Ballano sole, ballano sole.

È l'unica forma di protesta permessa loro
Ho visto le loro facce silenziose, urlano così forte
Se fossero dette delle parole sarebbero scomparse anche loro
Un'altra donna al tavolo della tortura cos'altro possono fare
Stanno ballando con lo scomparso
Stanno ballando con il morto
Stanno ballando con l'invisibile
La loro angoscia è silenziosa
Stanno ballando con i loro padri
Stanno ballando con i loro figli
Stanno ballando con i loro mariti
Ballano sole, ballano sole.

Un giorno balleremo sulle loro tombe
Un giorno canteremo liberi
Un giorno rideremo di gioia
E balleremo
Un giorno balleremo sulle loro tombe
Un giorno canteremo liberi
Un giorno rideremo di gioia
E balleremo

Loro ballano con gli scomparsi
Loro ballano con i morti
Loro ballano con amori invisibili
Loro ballano con silenziosa angustia
Ballano con i loro padri
Ballano con i loro figli
Ballano con i loro sposi
Loro ballano sole
Ballano sole

Ehi Sig. Pinochet
Hai seminato un amaro raccolto
È il denaro straniero che ti sostenta
Un giorno il denaro finirà
Nessun salario per le tue torture
Nessun bilancio per le tue armi
Puoi pensare della tua propria madre
Ballare con il suo figlio invisibile
Stanno ballando con lo scomparso
Stanno ballando con il morto
Stanno ballando con l'invisibile
La loro angoscia è silenziosa
Stanno ballando con i loro padri
Stanno ballando con i loro figli
Stanno ballando con i loro mariti
Ballano sole, ballano sole.
    

    
Sting, nome d'arte di Gordon Matthew Thomas Sumner (Wallsend, 2 ottobre 1951), è un cantautore, bassista, attivista, attore e filantropo inglese. 
Dopo aver lavorato per alcuni anni come insegnante, decise di dedicarsi completamente alla musica, unendosi a una serie di gruppi, fino alla definitiva affermazione con la band dei Police, con la quale rimase circa un decennio. 
Nel 1985 realizzò, insieme a un gruppo di jazzisti (Branford Marsalis, Kenny Kirkland, Omar Hakim, Darryl Jones), un album dai chiari influssi jazz (The dream of the blue turtles) che decretò il definitivo successo dell'artista anche come solista.
 Dopo una trionfale tournée, dalla quale il regista M. Apted realizzò un film intitolato Bring on the night (1986; il medesimo titolo fu utilizzato per l'LP live pubblicato nello stesso anno), nel 1987 Sting compose Nothing like the sun, l'album contenente il singolo They dance alone, una sorta di tributo alle vittime della dittatura argentina che segnò l'inizio dell'impegno politico-umanitario dell'artista caratterizzato dalla sua partecipazione al tour “Human rights now”, organizzato da Amnesty International (1988) e dal suo coinvolgimento nella tutela della foresta amazzonica. 

Tra gli album successivi ricordo:
The soul cages (1991)
Ten summoner's tales (1993)
Fields ofgold: the best of Sting 1984/1994 (1994)
Mercury falling (1996)
Brand New Day (1999).

Fu anche attore cinematografico, partecipando alla realizzazione di alcuni film, tra i quali:
Quadrophenia (1979), di F. Roddam
Dune (1984), di D. Lynch
Plenty (1985), di F. Schepisi
La sposa promessa (1985), di F. Roddam
Giulia e Giulia (1987), di P. del Monte
Stormy Monday (1988), di M. Figgis
Le avventure del Barone di Munchausen (1989), di T. Gilliam
The grotesque (1995), di J.P. Davidson
Lock Stock and the Two barrels


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mercoledì 18 aprile 2012

MY WAY (A modo mio) - Frank Sinatra (Testo, traduzione e video)



     
MY_WAY
Frank Sinatra

And now, the end is near; 
And so I face the final curtain. 
My friend, I'll say it clear, 
I'll state my case, of which I'm certain.

I've lived a life that's full. 
I've traveled each and ev'ry highway; 
But more, much more than this, 
I did it my way.

Regrets, I've had a few; 
But then again, too few to mention. 
I did what I had to do 
And saw it through without exemption.

I planned each charted course; 
Each careful step along the byway, 
But more, much more than this, 
I did it my way.

Yes, there were times, I'm sure you knew 
When I bit off more than I could chew. 
But through it all, when there was doubt, 
I ate it up and spit it out. 
I faced it all and I stood tall; 
And did it my way.

I've loved, I've laughed and cried. 
I've had my fill; my share of 'boozing'. 
And now, as tears subside, 
I find it all so amusing.

To think I did all that; 
And may I say - not in a shy way, 
"No, oh no not me, 
I did it my way".

For what is a man, what has he got? 
If not himself, then he has naught. 
To say the things he truly feels; 
And not the words of one who kneels. 
The record shows I took the blows - 
And did it my way!
   




A MODO MIO

E ora la fine è vicina 
E quindi affronto l'ultimo sipario 
Amico mio, lo dirò chiaramente 
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo 

Ho vissuto una vita piena 
Ho viaggiato su tutte le strade 
Ma più. Molto più di questo 
L'ho fatto  a modo mio.

Rimpianti, ne ho avuti qualcuno 
Ma ancora, troppo pochi per citarli 
Ho fatto quello che dovevo fare 
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla 

Ho programmato ogni percorso 
Ogni passo attento lungo la strada 
Ma più, molto più di questo 
L'ho fatto a modo mio.  

Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo 
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare (= ho fatto il passo più lungo della gamba) 
Ma attraverso tutto questo, quando c'era un dubbio 
Ho mangiato e poi sputato 
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi 
L'ho fatto  a modo mio.

Ho amato, ho riso e pianto 
Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte 
E allora, mentre le lacrime si fermano, 
Trovo tutto molto divertente 

A pensare che ho fatto tutto questo; 
E se posso dirlo - non sotto tono 
"No, oh non io 
L'ho fatto   a modo mio" 

Cos'è un uomo, che cos'ha? 
Se non se stesso , allora non ha niente 
Per dire le cose che davvero sente 
E non le parole di uno che si inginocchia 
La storia mostra che le ho prese 
E l'ho fatto a modo mio. 



        
Frances Albert Sinatra, detto Frank (Hoboken, New Jersey 1915 - Los Angeles 1998). 
Cantante e attore statunitense di origine italiana. 
Iniziò a cantare nelle orchestre di H. James e T. Dorsey, debuttando come solista nel 1942. 
Incise e interpretò un gran numero di canzoni guadagnandosi, per le sue qualità canore, l'appellativo di “the Voice”. 
Tra i suoi successi si ricordano Night and day, Strangers in the night, My way. 
Fu anche attore: lavorò dapprima in film nei quali mise in risalto le sue qualità canore e si dedicò in seguito a un repertorio più drammatico. 

Tra le pellicole che lo videro protagonista ricordo: 

Due marinai e una ragazza (1945), di G. Sidney
Un giorno a New York (1949), di S. Donen e G. Kelly
Da qui all'eternità (1953), di F. Zinnemann, con il quale vinse un Oscar
Bulli e pupe (1955), di J.L. Mankiewicz
L'uomo dal braccio d'oro (1956), di O. Preminger, che gli valse l'Oscar come miglior attore protagonista
Johnny Concho (1956), di D. McGuire
Qualcuno verrà (1959), di V. Minnelli
Il diavolo alle quattro (1961), di M. Le Roy
Va e uccidi (1962), di J. Frankenheimer
Il colonnello von Ryan (1965), di M. Robson
L'investigatore (1967) e Inchieste pericolose (1968), di G. Douglas
Delitti inutili (1980), di B.G. Hutton


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venerdì 13 aprile 2012

VÈNI SONNE DI LA MUNTAGNELLA (Testo e video della ninna-nanna calabrese cantata da Mia Martini)



NINNA-NANNA CALABRESE

Il canto di cui si servono le mamme per addormentare i loro piccoli si chiama ninna­nanna. La struttura di questo tipo di canto è varia, ma si basa sempre in maniera determinante sulla dolcezza della melodia, il cui scopo è quello di far addormentare il bimbo. La musica, dunque, è decisamente più importante del testo, perché assume quasi la funzione di un dondolio fra le braccia della mamma.
Le parole possono narrare un avvenimento, possono rifarsi ad una storia sacra, ma possono addirittura non esistere ed essere sostituite da una serie di vocali prive di significato. Proprio per il privilegio concesso alla melodia, la ninna-nanna può evocare qualsiasi cosa, anche paurosa.
Nel brano che riporto (raccolto da R. Leydi a Bagnara, in provincia di Reggio Calabria), prima viene invocato il sonno, poi sembra accennata una storiella dal non lieto fine; nel frattempo il bimbo è già addormentato! È naturale che un testo come la ninna-nanna, cantato da ogni mamma all'interno della propria casa, facilmente subisca delle modifiche, secondo i moduli consueti all'interno del patrimonio della cultura popolare. Si noterà, qui, l'insistenza del ritornello, che ribadisce la funzione affascinatoria del canto: pare quasi che si voglia ipnotizzare il bimbo attraverso la ripetizione del motivo di base.
  

    
VÈNI SONNE DI LA MUNTAGNELLA

O vèni sonne di la muntagnella
lu lupo si mangiau la picurella.
O mammà
o la ninna vo' fa.

O vèni sonne di la landa mia
lu mio figghiolu muta mi vorrìa.
O mammà
o la ninna vo' fa.

Lu me figghiolu muta mi vorrìa
O mammà
o la ninna vo' fa.



Forse nel primo verso c'è un accenno a qualche storiella, con cui si vorrebbe far conoscere al bambino che nel mondo c'è il male, ci sono i cattivi: esempio morale?


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giovedì 12 aprile 2012

VERBU - Verbo, uno scongiuro siciliano (An exorcism Sicilian)

    
Il brano che ho riportato qui sotto, intitolato "Verbu", è uno scongiuro, ed è stato da raccolto nel 1978 dalla viva voce di due persone anziane, le sorelle Concetta (1905) e Maria D. (1912), a Linguaglossa, un paesino sull'Etna. Già un grande studioso di tradizioni popolari, Giuseppe Pitrè, lo aveva pubblicato nell'Ottocento: ciò vuol dire che, in certe zone della Sicilia, questo scongiuro continua ad essere vivo.
La struttura del testo è molto semplice: si tratta di sei coppie di versi con assonanza (o con rima baciata).
Nei primi due versi c'è la parola magica: `Verbu'. La parola Verbu, che è un'eco del Vangelo di Giovanni, che un tempo si leggeva in latino in tutte le messe, qui è diventata un semplice segno di invocazione, mediante il quale si è liberati da malattie (o cataclismi naturali), malocchio, influssi maligni, dannazione. Si osservi che la magia si attua solo se Verbu viene ripetuto per tre volte (si ricordi che tre è un numero 'magico'). Questa fede nel ritualismo dei numeri è un aspetto caratteristico delle culture 'arcaiche'.



VERBU

“Verbu” sacciu e “Verbu” vogghiu diri.
Di “Verbu” s'incarnau nostru Signuri.
Ccu lu sapi e non lu dici
setti cappati di focu e ddi pici.
Ccu lu dici tri boti a lu capizzu
veni scansatu di lu trimulizzu.
Ccu lu dici tri boti a la via
veni scansatu di la mavaria.
Ccu lu dici tri boti a la notti
veni scansatu di la mala morti.
Ccu lu dici tri boti a lu iornu
veni scansatu di peni du 'nfernu.

(Traduzione)

“Verbo” so e “Verbo” voglio recitare.
Come “Verbo” si è incarnato nostro Signore.
Chi lo sa e non lo dice;
(abbia) sette impiastri di fuoco e pece.
Chi lo dice tre volte al capezzale,
viene scansato dal terremoto.
Chi lo dice tre volte durante il suo viaggio,
viene scansato dal malocchio.
Chi lo dice tre volte durante la notte,
viene scansato dalla mala sorte.
Chi lo dice tre volte durante il giorno,
viene scansato dalle pene dell'inferno.

“Verbu”: Verbo. La parola è un latinismo, conservato anche in italiano.
Dice il Vangelo di Giovanni (cap. I, 1):
“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo”. Si noti come anche nel testo sacro, per tre volte, venga recitata quella che è la parola magica dello scongiuro.




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sabato 7 aprile 2012

INNO A OBERDAN - Milva (Testo, commento e video)


Guglielmo Oberdan
INNO A OBERDAN 
Milva 

Morte a Franz, viva Oberdan! 
Morte a Franz, viva Oberdan! 

Le bombe, le bombe all’Orsini, 
il pugnale, il pugnale alla mano; 
a morte l’austriaco sovrano, 
noi vogliamo la libertà. 

Morte a Franz, Viva Oberdan! 
Morte a Franz, Viva Oberdan! 

Vogliamo formare una lapide 
Di pietra garibaldina; 
a morte l’austriaca gallina, 
noi vogliamo la libertà. 

Morte a Franz, Viva Oberdan! 
Morte a Franz, Viva Oberdan! 

Vogliamo spezzar sotto i piedi 
L’odiata austriaca catena; 
a morte gli Asburgo-Lorena, 
noi vogliamo la libertà. 

Morte a Franz, Viva Oberdan! 
Morte a Franz, Viva Oberdan! 
Morte a Franz, Viva Oberdan! 



      
Nel 1882 i governi della “Sinistra” decidono di consacrare ufficialmente un vero e proprio rovesciamento delle alleanze; coi pretesto dell'occupazione francese di Tunisi, l'Italia si stringe in Triplice Alleanza can gli imperatori d'Austria e di Germania. Comincia anche per noi l'età dell'imperialismo: sono vicine le 'grandi' imprese africane.
Contro la svolta della Triplice si radicalizza una corrente nazionalistica molta importante nella storia della sinistra risorgimentale: quella irredentistica, che continua a vedere nell'impero austriaco il nemico principale, con l'obiettivo di annettere all'Italia tutti i territori rimasti irredenti (Trento, Trieste, etc.).
Esponente di questa tendenza, Guglielmo Oberdan, attentò senza successo alla vita di Francesco Giuseppe (“Franz”) e finì impiccato.
La canzone che qui presento è testimonianza dell'eco che la sua morte suscitò in certi strati di popolazione.
“Bombe all'Orsini”: del tipo di quelle lanciate da Felice Orsini, giovane repubblicano che aveva attentato (anch'egli senza successo) alla vita di Napoleone III nel 1858. “Austriaca gallina”; l'aquila bicipite, simbolo dell'impero austro-ungarico.
La canzone è stata più volte eseguita da cantanti di cabaret ed è entrata anche nel repertorio di 'protesta' di Milva; segnalo l'interpretazione dei Gufi (I Gufi cantano due secoli di Resistenza).






Sta....per sempre....


venerdì 6 aprile 2012

BABA YAGA - (LE SORELLE BANDIERA - Fatti più in là)

Le Sorelle Bandiera
   
BABA YAGA era un gruppo femminile vocale e strumentale allestito per la prima volta nel 1970, originariamente in quartetto, poi trasformatosi in trio dal 1971. 
Per la duttilità delle voci, la grande professionalità, la raffinata tecnica e l'affiatamento raggiunto svolgono prevalentemente attività da studio, dove si rivelano utili per una gran quantità di incisioni. 
Fra il 1972 e il 1975 pubblicano un album e qualche singolo a loro nome ma con alterna fortuna. 
Ottengono invece buoni risultati come coriste e gruppo vocale d'appoggio nelle sedute di registrazioni con alcuni importanti nomi della musica leggera, fra cui Claudio Baglioni, Lucio Dalla, Renato Zero, Antonello Venditti, Gianni Morandi. 
Fra il 1975 e il 1980, con il boom della disco music e delle formazioni di 'immagine' (quelle cioè in grado di offrire solo il look ma non la voce), forniscono la base vocale a tanti gruppi del momento, fra cui le Sorelle Bandiera e le Camomilla, ottenendo anche dei buoni piazzamenti in hit parade. 
Si sciolgono nel 1980. 
Isabella Sodani tenta la strada solistica e nel 1982 pubblica un album a suo nome, Rita Mariano entra come corista nella formazione stabile del Teatro dell'Opera, mentre Patrizia Neri abbandona l'ambiente. 
In questi ultimi anni la più attiva è stata Isabella Sodani, un punto di riferimento preciso nei piano-bar della capitale, oltre che cantante-corista in varie trasmissioni Tv, fra cui Fantastico e Cerco e offro.

Isabella Sodani (voce, chitarra, tastiere), Rita Mariano (voce, basso), Patrizia Neri (voce, batteria).

DISCHI


1979 - L'importante è non farsi notare (CBS; pubblicato a nome de Le Sorelle Bandiera)

1972 - Good morning love/The man and the sparrow (Apollo)
1978 - Discamomilla/Discamomilla (strumentale) (Dischi Ricordi, pubblicato a nome de Le Camomilla)
1978 - Fatti più in là/No, io non ci sto (CBS, pubblicato a nome de Le Sorelle Bandiera)
1978 - L'altra domenica/Bella come me non hai avuto nessuno (CBS, pubblicato a nome de Le Sorelle Bandiera)
1979 - Che gatta!/Flop (Disaster)
    


    
FATTI PIU' IN LA'

Fatti più in là
così vicino mi fai turbar
fatti più in là .. a .. a
così la testa mi fai girar
quelle labbra che tu hai
quella bocca che tu hai
quell'odore che tu hai
io lo so per me son guai

fatti più in là
che turbamento sento arrivar
fatti più in là
già la pressione mi fai alzar

con quegli occhi che tu hai
con gli sguardi che mi fai
con le mani che tu hai
tu mi tocchi come sai

fatti in là fatti in là
fatti in là fatti in là
fatti più in là a a a
amor

che male che mi fai
se sei vicino a me
un prurito forte
forte al cuore
che grattare guarire
non si puo' o o o

fatti più in là
così vicino mi fai turbar
fatti più in là
così la testa mi fai girar
quelle labbra che tu hai
quella bocca che tu hai
quell'odore che tu hai
io lo so per me son guai
fatti in là fatti in là
fatti in là fatti in là
fatti più in là a a a a a a
amor
( assolo SAX )
fatti più in là
che turbamento sento arrivar
fatti più in là
già la pressione mi fai alzar
con quegli occhi che tu hai
con gli sguardi che mi fai
con le mani che tu hai
tu mi tocchi come sai

fatti in là fatti in là
fatti in là fatti in là
fatti più in là a a a a a a
amor....


Sta...per sempre...

QUANDO VERRA' IL GIORNO - Gli Avvoltoi


    
Gruppo beat bolognese che ha esordito nel 1987 con un singolo pubblicato dalla Toast Records, Questa notte.
Nel 1988 ha partecipato con un brano alla raccolta della Electric Eye Neolithic Sounds From South Europe e pubblicato il primo album, Il nostro è solo un mondo beat.
Dopo alcuni cambiamenti la formazione ultimamente era composta da Moreno Spirogi Lambertini, Tiberio Ventura (batteria) Marco il Principe (contrabbasso e voce), Marco Prati (basso e batteria) e Federico 'Jon' Benetti (chitarra e voce).
   

     
Il nostro è solo un rnondo beat (Contempo, 1988)
Quando verrà il giorno (Contempo, 1990)
Ora sai perché (Destination X- 1994)


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Tutto sugli Avvoltoi


Sta...per sempre....

PARLAMI D'AMORE MARIÙ - Achille Togliani (Testo e video)


Achille Togliani 
     
 Achille Togliani (Pomponesco, 16 gennaio 1924 – Roma, 12 agosto 1995) è stato un cantante e attore italiano. Con la sua voce profonda e vellutata Achille Togliani è stato una "colonna portante" della canzone italiana degli anni '50.

Parlami d'amore Mariù è un brano musicale italiano del 1932, scritto da Cesare Andrea Bixio e Ennio Neri per la voce di Vittorio De Sica, che l'avrebbe interpretato nel film Gli uomini, che mascalzoni....

La canzone è stata interpretata, nel corso del tempo, da vari artisti di grande fama quali: Narciso Parigi, Tino Rossi, Giuseppe Di Stefano, Vittorio De Sica, Mario Lanza, Christian De Sica, Fred Buscaglione, Peppino Di Capri, Carlo Buti, Jovanotti, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras, Johnny Dorelli, Beniamino Gigli, Mal, Elio Mauro, Natalino Otto, Aldo Salvi, Gian Stellari, Luciano Tajoli, Ferruccio Tagliavini, Mina, Luigi Tenco, Achille Togliani, Claudio Villa, Luciano Virgili, Marco Zibardi, La Crus e Giorgio Gaber.
  
PARLAMI D'AMORE MARIÙ
Testo di Cesare Andrea Bixio e Ennio Neri 
Canta Achille Togliani

Come sei bella più bella stasera Mariú! 
Splende un sorriso di stella negli occhi tuoi blu! 
Anche se avverso il destino domani sarà 
Oggi ti sono vicino, perche sospirar? 
Non pensar! 

Parlami d'amore, Mariù! 
Tutta la mia vita sei tu! 
Gli occhi tuoi belli brillano 
Fiamme di sogno scintillano 

Dimmi che illusione non é 
Dimmi che sei tutta per me! 
Qui sul tuo cuor non soffro più 
Parlami d'amore, Mariù! 

So che una bella e gagliarda sirena  sei tu
So che si perde chi guarda quegli occhi tuoi blu
Ma che m'importa se il mondo si burla di me
meglio del giorno profondo ma sempre te, sì con te

Parlami d'amore, Mariù! 
Tutta la mia vita sei tu! 
Gli occhi tuoi belli brillano 
Fiamme di sogno scintillano 

Dimmi che illusione non é 
Dimmi che sei tutta per me! 
Qui sul tuo cuor non soffro più 
Parlami d'amore, Mariù! 

Qui sul tuo cuor non soffro più 
Parlami d'amore, Mariù! 




giovedì 5 aprile 2012

INNO DEI LAVORATORI - Filippo Turati (Testo, commento e video)

Filippo Turati

INNO DEI LAVORATORI
Testo di Filippo Turati


Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.
 
 Nelle pene e nell'insulto
 ci stringemmo in mutuo patto,
 la gran causa del riscatto
 niun di noi vorrà tradir.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d'un armento
siam sfruttati dai signor.

 I signor per cui pugnammo
 ci han rubato il nostro pane,
 ci han promessa una dimane:
 la dima si aspetta ancor.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

L'esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l'altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

 Lo strumento del lavoro
 nelle mani dei redenti
 spenga gli odii e fra le genti
 chiami il dritto a trionfar.

   Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

 Ogni cosa è sudor nostro,
 noi disfar, rifar possiamo;
 la consegna sia: sorgiamo
 troppo lungo fu il dolor.

 Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Maledetto chi gavazza
nell'ebbrezza dei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

 Maledetto chi non geme
 dello scempio dei fratelli,
 chi di pace ne favelli
 sotto il pie dell'oppressor.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

 Guerra al regno della Guerra,
 morte al regno della morte;
 contro il dritto del del più forte,
 forza amici, è giunto il dì.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

 Agli imbelli, ai proni al giogo
 mai non splenda il vostro riso:
 un esercito diviso
 la vittoria non corrà.

 Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un'ironia,
se pugnar non fu follia
per la santa libertà;

 Su fratelli, su compagne,
 tutti i poveri son servi:
 cogli ignavi e coi protervi
 il transigere è viltà.

  Il riscatto del lavoro
  dei suoi figli opra sarà:
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.

  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  o vivremo del lavoro
  o pugnando si morrà.
  

   

Il testo (del 1886) è di Filippo Turati (1857-1932), uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano, personaggio di fondamentale importanza nella storia del movimento operaio internazionale, capintesta dei riformismo socialista. La musica è di Amintore Galli, un conservatore cattolico, proprietario terriero e membro dei Consvarvatorio, che non immaginava certo - nel momento in cui consentiva a Turati di utilizzare per il suo inno una musica di lui scritta in precedenza per tutt'altra occasione - i guai che gli sarebbero capitati addosso ad opera dei solerti tutori dell'ordine.
Il Canto dei lavoratori (Inno dei lavoratori), borghese per linguaggio e contenuti, divenne tuttavia molto popolare, magari con qualche opportuno rimaneggiamento (per esempio... “Noi vivremo del lavoro / senza papa e senza re”; rime estrapolate dal volumetto Canti socialisti e comunisti, di L. Settimelli e L. Falavolti - La nuova sinistra ed. Savelli, Roma 1973). Per notizie più ampie vedi l'opuscolo di note e testi dell'antologia discografica Il bosco degli alberi. 

Numerosissime sono le esecuzioni discografiche; riporto quelle che considero più significative e più facilmente rintracciabili: Coro di Salsomaggiore Terme in Avanti popolo alla riscossa..., e in Canti e inni socialisti..., Nuovo Canzoniere Milanese in Il bosco degli alberi..., Coro Le camicie rosse in un 45 giri CEDI..., e nel LP Canti rivoluzionari italiani (Vedette, Zodiaco).
     






DOCUMENTAZIONE

Dagli atti dei processo di Milano 1898 riporto una parte dell'interrogatorio di Turati, relativo all'atteggiamento del dirigente riformista di fronte alle rivolte proletarie dello stesso anno. Sono nel volume Autodifese di militanti operai  e democratici italiani davanti ai Tribunali, a cura di Stefano Merli (ed. Avanti!, Milano-Roma 1958). 
Filippo Turati fu condannato a 12 anni di prigione.

“IMPUTATO: Verso le 15 venne da me un conoscente a raccontarmi come in Ponte Seveso vi fosse della gente tumultuante e si fossero operati degli arresti. Mi si pregò di recarmi sul luogo per raccomandare la calma.
Io deputato di Milano, e proprio di quel collegio, mi sentii in dovere di lasciare subito il lavoro e di recarmi senza indugio a prestare la mia opere pacificatrice.
M'informai della causa del fermento causata dal voler la folla la liberazione di un arrestato e mi si disse che altra dimostrazione si voleva fare alla sera, senza scopo preciso e senza direzione. Insomma c'era il contagio del dimostrare. Allora chiesi di parlate col funzionario di pubblica sicurezza e gli domandai se non fosse stato opportuno di evitare ulteriori disordini, col rilascio dell'arrestato. Il funzionario condivise la mia proposta e mi pregò anche di dire due parole alla folla per calmarla. Sulle spalle di due popolani dissi appunto così: "Cittadini sono venuto fra voi, capisco il sentimento che vi anima e sono persuaso di ottenere ciò che domandate".
Naturalmente volevo prenderli dal lato buono e sapendo che alla sera volevano fare un'altra dimostrazione dissi che quello non ne era il momento.
Nella folla v'erano degli elementi che non mi accolsero molto bene, come generalmente io sono accolto dagli operai. Essi gridavano: "E quando verrà questo momento?" ...ed io loro risposi: "Verrà, verrà e chi vi consiglia oggi di dimostrare non può essere che un vostro nemico. Voi avete tanta strada da fare nell'ordine economico sociale e non fatevi fissare dai vostri nemici il giorno della riscossa. Se ci fosse lo scopo di fare la dimostrazione io verrei con voi".

PRESIDENTE: Lei non disse: "Quando verrà il momento di fare qualche cosa io scenderò con voi?".

IMPUTATO: Ma signor presidente in quel momento nessuno pensava che dovesse succedere una dimostrazione simile; era un sentimento di solidarietà vaga per quei che furono uccisi in altre parti d'Italia; in ogni modo le mie parole miravano a pacifìcare e null'altro, perché nessuno poteva immaginare la gravità degli avvenimenti successi. Il giorno stesso anche i moderati dissero che io ero commosso, e che predicavo la calma....
Alla folla bisogna parlare nei debiti modi e pigliarla pel suo verso. Se avessi fatto un discorso da cappuccino o da carabiniere certamente non avrei ottenuto nulla.
Nel mio discorso si deve guardare il complesso, non una frase isolata, e mi dovete ammettere che io non avevo che un solo desiderio, cioè che non avvenisse nessun conflitto, perché, come dissi questa mattina, qualunque rivolta sarebbe stata rovinosa per noi, ed io feci ogni sforzo per impedire la più piccola violenza.
Mi sarei anche messo d'accordo coll'ultima guardia di questura per poter evitare i più piccoli fatti...
Di corsa ritornai e arrivai sul luogo ove erano riunite circa diecimila persone. Presi di nuovo la parola e persuasi la folla che il ragazzo sarebbe stato rilasciato prima di sera.
Annunziai pure che la Giunta comunale aveva ribassato il dazio sulle farine e dissi tutto ciò allo scopo di calmare i dimostranti. Aggiunsi poi che l'autorità giudiziaria s'era decisa al rilascio, non trovando alcuna colpa a carico del ragazzo e dissi questo per mettere in buona vista la questura e giustificare in certo qual modo la liberazione. Finii col raccomandare di bel nuovo la calma e ottenni lo scopo. Questa è la mia giornata per la quale ora sono minacciato di diciotto anni di reclusione.
Ritornai dal questore il quale mi assicurò che il ragazzo era stato messo in libertà. Lo ringraziai e contento del mio operato me ne andai a casa.
Mi pare d'aver dimostrato di non essermi imposto alle autorità. Se io avessi fatto opera di eccitamento, dovrebbero essere qui con me, su questo banco, anche il questore e l'ispettore di pubblica sicurezza. Io quindi vivea tranquillissimo ed in quella sera, anche mercé un forte acquazzone, non avvenne nulla.
Naturalmente stavo sull'attenti, non immaginandomi mai che alla mattina potesse avvenire un'altra dimostrazione.
     
Quarto Stato - Giuseppe Pellizza da Volpedo (Vedi scheda)







   




Sta....per sempre....