domenica 4 marzo 2012

IL CAFÉ CHANTANT (Café-Concert)


La Chanteuse du Café-Concert di Edouard Manet






Forse il primo locale pubblico, aperto qualche millennio fa, non offriva un programma musicale e s'era dovuto accontentare, sin dalle prime sere, dei cori di clienti che avevano alzato il gomito o di occasionali viandanti che facevano sfoggio, più o meno disinteressatamente, delle proprie doti canore. Ma il secondo, sorto per fare concorrenza al primo; sicuramente faceva leva sull'intrattenimento musicale come ingrediente per passare le serate e motivo per fermarsi a consumare ancora. E così fu per secoli, dalle cantine alle birrerie, dai pub ai saloon. La storia ne riferisce solo per epoche più recenti: il fenomeno fa cultura relativamente da poco, guarda caso dall'avvento della borghesia che, tagliata fuori dai salotti aristocratici, fa delle uscite serali e del ritrovarsi al caffè veri e propri riti. E il più illustre prototipo, collocato nella Francia prerivoluzionaria, lo troviamo nella cantina in cui si riunivano a cena il poeta-pizzicagnolo Gallet e i suoi amici cultori di canzonette e teatro leggero.
  
Moulin Rouge
    

Qualche decennio di saltuaria attività e, alla vigilia della Rivoluzione, nasce il café chantant: un contorno pomeridiano e serale di sola orchestrina, via via allargatosi a cantanti, comici e attrazioni fino a diventare il piatto centrale di alcuni locali alla moda.
A questo punto ci saremmo aspettati di veder dilagare in tutta Europa questa nuova forma di spettacolo. Ma non fu così. Prendiamo per esempio l'Italia. Nonostante la rapidità di divulgazione del nuovo vento politico e culturale sorto con la Rivoluzione francese, nonostante le visite di Napoleone con le sue armate con susseguente distribuzione della penisola a parenti, amici e funzionari, nonostante le successive alleanze coi francesi che ci fecero compiere i primi passi verso l'unità o la loro cacciata da Roma che ce la facevano temporaneamente concludere, nonostante il culto per tutto ciò che suonasse transalpino, si dovette attendere la sera del 9 novembre 1890 per l'inaugurazione del primo café chantant in Italia. Motivi ed entità di questo ritardo sarebbero argomento ben più serio del nostro, ma anche in questo contesto possono essere facilmente ricondotti alle caratteristiche della nostra borghesia, più agricola, meno mondana, per dirla con una sola parola, provinciale. E provinciale fu quella inaugurazione napoletana del “Salone” intitolato a Margherita, regina d'Italia, sottostante alla Galleria dedicata a suo marito Umberto. 
E provincialmente non sapemmo inventare un termine nuovo o tradurre decentemente “café chantant”; per decenni continuammo a stendere contratti in francese e le nostre cantanti, ribattezzate “sciantose”, dovettero chiamarsi D'Avigny, De Charny o De Fleuriel. 
E provinciali resistenze ritardarono la diffusione nazionale del fenomeno e solo all'inizio del Novecento le principali città della penisola ebbero un proprio locale.
  



Dobbiamo innanzitutto considerare che non esistevano precedenti. Fino ad allora, infatti, l'unica carriera artistica per chi cantava, soprattutto fra le donne, era nel teatro lirico; ma voleva dire doti canore eccezionali, lunghi anni di studio e molta fortuna. Adesso invece erano sufficienti bellezza fisica e presenza scenica più che mezzi vocali.
C'era stata la serata inaugurale del Salone Margherita: cast e repertori esclusivamente stranieri, con la viennese Dora Parner e l'ungherese Rosa Dorner, più apprezzabili sul piano del fascino che su quello canoro, a farla da “vedettes”. E poi anni e anni di cronache mondane popolate da mitiche donne fatali come la Bella Otero o Cléo de Merode, salpate dai palcoscenici del café chantant per approdare a favorite delle più famose teste coronate o dei magnati della finanza internazionale. Con simili precedenti e così allettanti prospettive, come volete che si comportassero le nostre “artiste in carriera” di allora? Spesso ce lo testimoniano le stesse canzoni: ecco 'A frangesa, e Lilì Kangy, proletarie veraci contrabbandate per straniere; ecco i testi di canzonette, stornelli e duetti pieni di malizie e doppi sensi; ecco gli spazi musicali ritmati per piazzare il colpo vincente, “la mossa”, l'ammiccamento più scurrile, l'offerta del sex-appeal. Fu una strage. Dell'esercito di sciantose solo una, Lina Cavalieri, riuscì a superare le frontiere e, approdata alla lirica, a ottenere un successo internazionale. Meno di una decina restarono a galla per qualche anno e riuscirono a salvarsi, quasi sempre per capacità interpretative e doti canore. Ma per centinaia di “divette eccentriche” e aspiranti maliarde il tutto si risolse in una breve stagione di imposizioni e taglieggiamenti, di applausi e omaggi floreali il più delle volte prepagati, di pensioni equivoche e recensioni saldate in natura. Un prezzo troppo alto, solo parzialmente riscattato dal collocarsi all'anno zero dell'emancipazione femminile.
  
Cafe Concert - At Les Ambassadeurs - Edgar Degas 
  
Per gli uomini fu più facile. A loro si richiedeva o di cantare o di divertire. Forse per caso (leggi il sorgere di talenti come Fregoli, Petrolini, Viviani), forse per la solidità della tradizione già esistente, la pagina più bella del café chantant italiano fu scritta dai comici. La “canzonetta comica” fu il momento iniziale, spesso anche nella carriera di cantanti “puri” come Pasquariello; “l'improvvisata” era il cavallo di battaglia finale, ma l'apice si raggiunse con la “macchietta”, vero e proprio monologo-bozzetto di pochi minuti, che esigeva ogni volta un costume e un trucco appropriati. 
Se sciantose e macchiettisti costituivano i piatti forti della serata, non mancavano però altre “portate”. Si andava dai “duettisti” (il più delle volte sciantosa e comico in esibizione congiunta) alle attrazioni più svariate (dai maghi ai prestidigitatori, dalle danzatrici scalze all'uomo che conosceva a memoria l'orario delle ferrovie, dagli animali-fenomeno alle pose plastiche-luminose). Una formula giunta con pochissime varianti fino ai nostri giorni, come testimoniano gli spettacoli televisivi. Ma, in quel primo decennio del secolo, rappresentò la prima forma di intrattenimento popolare moderno e, nell'ambito della canzone, la prima circuitazione a livello nazionale di repertori e personalità del mondo canoro.

Una canzone scritta a Napoli, per la prima volta veniva offerta a tutti i pubblici d'Italia e poteva essere ricantata da tutti gli italiani.


Sta...per sempre....

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

mi faccio una cultura coi tuoi articoli!