domenica 25 marzo 2012

CANTO DEI MIETITORI - Canzone popolare siciliana

Renato Guttuso, Occupazione delle terre incolte in Sicilia, olio su tela, 1949/50

   


CANTO DEI MIETITORI
Testo di Mario Rapisardi 

La falange noi siam dei mietitori
e falciam le messi a lor signori.
Ben venga il Sol cocente, il Sol di giugno
che ci arde il sangue e ci annerisce il grugno
e ci arroventa la falce nel pugno,
quando falciam le messi a lor signori.

Noi siam venuti di molto lontano,
scalzi, cenciosi, con la canna in mano,
ammalati dall'aria del pantano,
per falciare le messi a lor signori.

I nostri figlioletti non han pane
e, chi sa?, forse moriran domane,
invidiando il pranzo al vostro cane...
E noi falciam le messi a lor signori.

Ebbro di Sole, ognun di noi barcolla;
acqua ed aceto, un tozzo e una cipolla
ci disseta, ci allena, ci satolla.
Falciam, falciam le messi a lor signori.

Il sole cuoce, il sudore ci bagna,
suona la cornamusa e ci accompagna,
finché cadiamo all'aperta campagna.
Falciam, falciam le messi a lor signori.

Allegri o mietitori, o mietitrici:
noi siamo, è vero, laceri e mendici,
ma quei signori sono tanto felici!
Falciam, falciam le messi a lor signori.

Che volete? Noi siam povera plebe,
noi siamo nati a viver come zebe
ed a morir per ingrassar la glebe.
Falciam, falciam le messi a lor signori.

O benigni signori, o pingui eroi,
vengano un po' dove falciamo noi:
balleremo il trescon la ridda e poi...
poi falcerem le teste a lor signori.
    

Chitarra: Pasquale Ambrosino, Luigi Consolo, Roberto Ruberti, Ruggero Ruggeri 
Pisa, 29/10/1993 - musica di Joe Fallisi
         
Il testo è di Mario Rapisardi e si riferisce alla rivolta dei Fasci siciliani. Non si conosce la musica e probabilmente non fu mai cantato (ultimamente sono uscite delle versioni sempre con questo testo). È una tipica espressione della corrente più radicale della sinistra borghese, ottima per documentare la mentalità populistica di tanti rivoluzionari di allora e di oggi. Ho ripreso il testo dal volume di Mercuri e Tuzzi Canti politici italiani (Editori Riuniti, Roma 19732 ), dove se ne parla come del “tipico inno di protesta spontanea del popolo che esprime, con decisa amarezza, la sua insofferenza per la condizione in cui è costretto a vivere”. Bah!

Documentazione

Nel volume di A.A. Mola 1882-1912: Fare gli Italiani (SEI, Torino 1973) è riportato un brano dell'Inchiesta in Sicilia di Adolfo Rossi (1894). Lo ritrascrivo qui parzialmente (pp. 75-76). 

“I carusi, com'è noto, sono generalmente ragazzi dagli otto ai quindici o diciotto anni che trasportano a spalla il minerale dello zolfo dalle profonde gallerie alla superficie, arrampicandosi su per gli strettissimi pozzi. I picconieri, cioè gli uomini che coi picconi staccano il minerale nelle gallerie, si procurano uno o più carusi mediante un'anticipazione ai genitori dei ragazzi di una somma che varia dalle 100 alle 150 lire in farina o frumento. Preso così come una bestia da soma, il caruso appartiene al picconiere come un vero schiavo: non può essere libero finché non ha restituito la somma predetta e siccome non guadagna che pochi centesimi al giorno, la sua schiavitù dura per molti anni. Egli è maltrattato dal padre che non può liberarlo e dal picconiere che ha interesse di sfruttarlo il più lungamente possibile....
In una depressione del terreno trovammo da un lato alcuni foriii dove si purifica il minerale, circondati da cataste del minerale stesso. Qua e là si vedevano delle specie di nicchie in muratura: le aperture dei pozzi. Davanti ad esse stavano dei ragazzi dai nove ai quattordici anni completamente nudi e dei picconieri con una sola pezzuola sostenuta da uno spago, sulle patti genitali. Quei gruppi di ragazzi e di adulti dalla pelle bruna, che spiccavano sul terreno riarso e brullo - solo su qualche pendice si vedevano dei cactus e dei fichi d'India - non parevano di italiani, ma di africani o di indù.
Ma se lo spettacolo impressiona da lontano per la sua novità, da vicino stringe il cuore. I carusi portano impresse in tutta la persona le stigmate delle sofferenze a cui vengono sottoposti. Presi a lavorare a otto o nove anni, essi hanno generalmente le spalle curve per l'eccessiva fatica, le gambe storte, le occhiaie incavate per l'insufficiente nutrimento, la fronte solcata da rughe precoci.
La legge che dovrebbe proteggere il lavoro dei fanciulli e secondo la quale nessun ragazzo potrebbe fare il caruso se non ha compiuto i dodici anni, non viene fatta osservare. Tutti i carusi che ho interrogato hanno cominciato a lavorare a otto o nove anni. La maggior parte mi dissero che non guadagnavano cinquanta centesimi al giorno e che questa mercede non veniva loro pagata in denaro, ma in pessima farina a un prezzo superiore a quello che corre nei vicini paesi.
"E quando facciamo gli storti - aggiunse uno - (cioè quando non camminiamo svelti col nostro peso su per le scale) sono bastonate". "E quante ore lavorate?" domandai.
"Generalmente dodici ore di séguito, dalle quattro alle quattro, per sei giorni consecutivi durante i quali dormiamo qui: al settimo giorno andiamo a riposarci in paese".
"E qui dove dormite?".
"Per terra, in quelle grotte...".
Provammo a scendere in un pozzo della miniera...
Eravamo calati di pochi metri, quando vedemmo alcune deboli luci in fondo. Erano le lucernine di alcuni carusi che salivano curvi sotto il loro carico di minerale. Poi udimmo dei lamenti angosciosi. Erano i gemiti di quegli infelicissimi che si sentivano più distintamente man mano che si avvicinavano a noi: gemiti e lamenti cadenzati di tènere creature ansanti e oppresse, che non potrebbero più salire e tirare innanzi ma che devono procedere a ogni costo per paura che capiti il picconiere a incitarli col bastone o scottando i loro garretti con una lucerna.”






Sta....per sempre....

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

i tuoi post stanno diventando una battaglia alla mia cultura, per il momento stravincono i tuoi post...