martedì 28 febbraio 2012

LA MUSICA ESPRIME LE IDEE (The music expresses ideas)





__Come la musica esprime le idee__


La musica esprime delle idee?
Poiché il suo linguaggio non è quello più facilmente esplicativo delle altre arti, è necessario vedere come dall'espressione musicale si possa arrivare al pensiero sottostante, cioè al punto di vista del compositore verso la realtà. 

Secondo un luogo comune nato sul terreno dell'idealismo borghese del secolo scorso, la musica sarebbe l'arte astratta per eccellenza. L'eccezione che in proposito si è disposti a fare con l'opera, non ha in realtà che l'angusto orizzonte della vicenda dell'opera stessa, del suo racconto, dei suoi fatti. Ossia, in questo caso, ci si limita ad ammettere che la musica integra con la scena, con questo o con quel personaggio; ma fuori di tale funzione, o didascalica o anche espressiva di un sentimento localizzato con l'ausilio di mezzi extra musicali, non si riesce ad ammettere altro. La controprova di tal modo di ragionare è generalmente fornita, secondo i diffusori di luoghi comuni che esamino, dalla cosiddetta "musica pura", la musica strumentale, che dimostrerebbe l'incapacità dei suoni organizzati a puntualizzarsi in un pensiero o in un sentimento definiti, cioè a specificarsi al di fuori dell'esclusivo "bello formale". 
Concepire in questi termini la musica significa isolarla dalla sua origine, che è sempre origine umana, e perciò significa separarla dalla storia, considerarla fuori dalla realtà. Non che i sostenitori della tesi formalistica neghino alla musica un suo sviluppo e quindi una "sua" storia: non dicono insomma che a mezzogiorno c'è ancora la luna o che a mezzanotte il sole infuoca ancora allo zenit. Quello che invece essi non prendono in considerazione sono le cause del fatto musicale, il processo creativo, la sua relazione con tutta quanta la realtà. 
La verità è che la musica (qualsiasi musica, operistica o no), nasce, come ogni altra arte, in una determinata società, in un particolare momento del suo sviluppo, e nell'ambito di questa società si pone in rapporto coi gruppi sociali che la compongono. Nel senso che si identifica con qualcuno di essi e ne fa propri gli ideali, cioè le idee, i problemi, i sentimenti. L'elemento soggettivo della musica non esce mai da questo confine storico e sociale, ed è in sostanza costituito dall'interpretazione concettuale e sentimentale più o meno tipica (e più o meno consapevole, ma questo riguarda la qualità dell'artista), che il musicista realizza dei dati comuni ed essenziali al gruppo sociale a cui appartiene e di cui subisce l'influenza. In questo "più o meno", sta appunto l'insopprimibile partecipazione individuale al divenire dialettico della storia, sta - in questo caso - il valore dell'artista, quindi il vigore della sua arte, del fatto sovrastrutturale da esso prodotto, a incidere con maggiore o minore energia sulla struttura stessa.
  



    

__LA GIUSTA DIMENSIONE__ 

Che le cose stiano così, ce lo dimostra la storia della musica, confrontata con la storia dell'umanità, cioè calata in essa e vista nella sua giusta dimensione: si constata allora che la musica di ogni epoca ha rispecchiato la situazione presente, esprimendone i sentimenti tipici; e anche che la musica è stata sempre un prodotto di classe, s'è elaborata e sviluppata secondo gli orizzonti storici della classe dirigente. Per questo diciamo che la musica esprime delle idee, ha sempre un contenuto costituito dai rapporti storici sottostanti, non si disgiunge mai dalla realtà in cui nasce. Siccome però il suo linguaggio non è quello concettualmente preciso della lingua parlata, né quello più facilmente esplicativo della pittura o della scrittura, né tanto meno quello essenzialmente narrativa del cinematografo, non si può certo pretendere dalla musica che si trasformi in un trattato di filosofia o in un romanzo o in una novella. Anche la cosiddetta musica descrittiva, o a programma, subisce dei ben precisi limiti riproduttivi. 
La musica non possiede un proprio vocabolario, almeno nel termine comune della parola. Né le forme, le strutture linguistiche in cui si è via via organizzata, hanno di per sé un significato preciso. Nonostante le teorie di coloro che assegnano, per esempio nell'ambito del sistema tonale, al modo "maggiore" un significato ottimistico e di gioia e a quello "minore" uno melanconico e pessimistico, o alla forma sonata, o all'aria e così via, funzioni comunicative ben determinate, ci sono nella storia della musica innumerevoli esempi che provano il contrario. E che confermano, invece, che la questione formale è, nella musica, una questione che fa parte di tutto il problema dell'evoluzione musicale in relazione all'evoluzione dell'umanità; ma che non è possibile intendersi sul vocabolario, la grammatica e la sintassi della musica, ove si pretenda di accompagnare ad essi una specifica traduzione concettuale e sentimentale. Essi invero non sono che gli strumenti di cui il musicista si vale per comunicare in termini musicali. Il che non vuol dire che le forme siano occasionali e arbitrarie. Anche esse sono in relazione col tempo in cui vivono, ma non hanno, astrattamente intese, alcuna autonomia linguistica. E' invece l'esigenza comunicativa dell'autore che operando al di dentro delle forme, le trasforma e le dilata, le scambia nei significati e nelle funzioni, le esaurisce e le prosciuga, imponendo di continuo l'esigenza di un loro mutamento. Per questa via la forma musicale si dialettizza con la realtà, riesce via via a diventare la forma tipica di una data epoca, di una data classe, di una certa situazione: il minuetto e il virtuosismo canoro del melodramma italiano fino a Verdi, sono gli esempi più facili, rispecchiano cioè le epoche in cui hanno trionfato. Senza che per questo il minuetto o l'aria vogliano dire, da soli, amore, poesia, gioia, dolore, lode e così via. 
Come cogliamo, noi ascoltatori, questo "contenuto" musicale (che è poi il processo sentimentale e ideale, storico, del fatto musicale)? 
Qui entra in questione il complesso ordine di rapporti umani in cui si pone qualsiasi opera d'arte, rapporti che ci mettono di fronte ad essa con un bel preciso bagaglio critico sentimentale, più o meno consapevole. E' appunto questo bagaglio che ci permette di comprendere o di non comprendere la musica. L'arabo che vive in una società in cui la musica ha funzioni e forme complessivamente diverse dalle nostre, ben difficilmente sarà in grado di accostarsi alla musica occidentale, di discernere in essa le varie gamme di sentimenti e le idee in essa contenute. Trasferito nell'ambito occidentale, il ragionamento porta a riconoscere l'esistenza di una serie di convenzioni espressive, se così si può dire, che ci permettono di cogliere una differenziatissima varietà di sentimenti. 
E però, venendo a una scadenza scottante della questione, si dirà che la nostra musica contemporanea è in gran parte incomprensibile nel mondo occidentale stesso. Perché? 
La musica del Novecento, quella che tiene conto della "rottura" del sistema linguistico tradizionale, è nata dalla profonda crisi che a cominciare dagli inizi del secolo scorso ha scosso fin nelle fondamenta la società borghese. E' una musica che ha avuto all'origine il sentimento della catastrofe, della disperazione, dell'isolamento dell'individuo, tutti sentimenti che non potevano non trovare nel linguaggio tradizionale gli strumenti sufficienti per esprimersi, per tipizzare le condizioni e le contraddizioni della classe borghese e della sua decadenza. Non è vero che essa sia musica priva di contenuti: può dirsi musica formalistica, ma nel senso che ha creduto, nelle sue soluzioni meno pessimistiche, di sostituire ai valori umani della borghesia venuti meno, il valore obbiettivo di una nuova logica formale, fuori dalla desolazione della realtà umana (borghese). Dietro queste opere, però, c'è sempre presentissimo il disfacimento dell'ideologia borghese, le sue produzioni tardo romantiche, la decadenza espressionista, quella surrealista, quella esistenzialista. Una condizione umana, sociale, storica, dunque, c'è in ogni caso dietro i capolavori di Berg, di Strawinsky, di Schoenberg, di Hindemith. 
Però questa musica non è compresa nelle classi popolari, mentre la musica borghese dell'Ottocento lo era. La ragione sta in questo fatto: che nella prima metà dell'Ottocento, la borghesia nata dalla Rivoluzione Francese, ponendosi come elemento storico di progresso in quanto riassumeva in sé molte delle aspirazioni popolari, ha prodotto una musica che rispecchiava questa sua funzione dirigente, egemonica, storicamente attiva, e che perciò ha esteso la propria influenza fino alle classi popolari. In quest'epoca si sono formate le convenzioni sentimentali-musicali di dominio comune. Questo non avveniva prima dell'Ottocento per la musica tonale (che allora era musica ristretta ad una classe) se non in misura assai ridotta, e non lo è oggi per la cosiddetta musica atonale, dodecafonica, politonale, eccetera, che nel suo complesso dibatte un conflitto esclusivamente interno alla classe borghese e al suo destino.
   






__PREGI E DIFETTI DI UN LIBRO UTILISSIMO__ 

Dunque la musica è un prodotto di classe e nell'ambito dei rapporti di classe istituisce una relazione comunicativa. Visto ora che questa relazione comunicativa si è, per così dire, interclassata completamente soltanto nell'Ottocento, vediamo in questo più facile ambito come la musica giunga a esprimere delle idee. 
Ancora, qui, ci soccorre il rapporto umano che si istituisce fra un dato sentimento espresso e la fisionomia generale dell'umanità in dato momento, in una data situazione, in una data fase storica, quale deduciamo dall'esame comparativo e dall'indagine dei fatti. Di qui i legami ideologici vanno da sé. E' così chiaro che il sentimento dell'amore in Beethoven richiama immediatamente l'uomo romantico, ma lo richiama diversamente dallo stesso sentimento in Schumann che pure romantico è. La distinzione rinvia a condizioni sociali, politiche, storiche, ideali diverse che, pur nell'ambito di una stessa fase dello sviluppo umano, ne costituiscono dei momenti separati. Ecco che i musicisti si sono posti in relazione con essi, esprimendone le idee. In questa catena di relazioni, è dunque intelligibile il pensiero musicale, sta la capacità concettuale della musica. 
Nel libro COME LA MUSICA ESPRIME LE IDEE, l'autore marxista americano, Sidney Finkelstein, tenta un'interpretazione dello sviluppo musicale dalle società primitive fino al secondo dopoguerra, secondo il materialismo storico, e arriva in più punti a conclusioni interessanti e valide nella ricerca delle idee sottostanti all'esopressio0ne musicale, vedendo appunto questa come inserita fra le classi. Il limite metodologico del Finkelstein è quello di non prendere per buona che l'arte realista e quella che al realismo tende, escludendo ogni valore e importanza dialettica (quindi storica), per esempio proprio all'arte occidentale del secolo scorso. La quale invece, anche se è arte borghese e isolata dai conflitti generali dell'umanità, cioè arte reclusa nell'ambito di una sola classe, non per questo non ha raggiunto vette altissime, e soprattutto, poiché le classi non sono dei compartimenti stagni ma si trovano costantemente in contatto, non è rimasta nemmeno senza influenza e significato sulle stesse classi popolari. Il problema, quindi, è quello di vedere fino a che punto, vivificata da diversi contenuti, la musica occidentale e le sue conquiste tecniche e linguistiche, potrò estendersi oltre ai confini della decadenza borghese. Ovvero, quanto di imprescindibile c'è in lei per la nostra civiltà musicale. Finkelstein non ha visto questo problema, e quindi il suo volumetto soffre di uno schematismo in più punti dannoso alla comprensione, della reale situazione della musica a lui contemporanea. Soprattutto delle idee che la musica esprime. 





COME LA MUSICA ESPRIME LE IDEE
S. Finkelstein
*1955 - Feltrinelli Editore - Milano


Conclusione:
Un libro del secolo scorso... 
ma utile per conoscere idee del tempo... musicale...












Sta... per sempre....

lunedì 27 febbraio 2012

CANZONI NAPOLETANE - Ferruccio Tagliavini (Testo e video)


Ferruccio Tagliavini


Questa pagina la voglio dedicare alla canzone napoletana.
Attraverso tali canzoni, ci è possibile rivivere in profondità parte della storia di Napoli e della sua musica, della sua arte, più propriamente, grazie all'interpretazione dei maggiori cantanti italiani. Ciascuno dei quali è chiaro, ha apportato alle canzoni che interpreta quel tanto di personale e di intimo che vale a dar loro un aspetto sempre nuovo, sempre attuale, sempre gustoso. I sentimenti espressi in ogni singola canzone sono ovviamente inalterabili, ma, ad esempio, c'é gioia e gioia, nostalgia e nostalgia, tormento e tormento. È questo in fondo il segreto stesso dell'espressione d'arte, anche se, nel caso della canzone napoletana, taluno insiste ancora sul vecchio luogo comune dell'arte rumore.
Eppure quale straordinaria e rigogliosa fioritura di melodie e di musiche, quale dispiego di libera fantasia troviamo nelle canzoni sbocciate come per incanto a Napoli! Espressione di una splendida tradizione popolare, che affonda le sue radici nelle villanelle ed arie da camera settecentesche.
Il punto culminante dell'evoluzione della canzone a Napoli è da ricercarsi, com'è noto, nel periodo che è a cavallo del secolo. Qui la canzone è divenuta, nell'incantevole città che le ha dato i natali, un fatto di cultura, un fecondo punto d'incontro tra poesia, letteratura e musica, prodigioso fenomeno di spontanea congiuntura. I soggetti erano dapprima i più svariati, ma poi prevalse in senso assoluto quello amoroso: l'amore trattato nelle sue infinite sfumature, e come solo l'animo appassionato dei napoletani può esprimerlo.
Tale tradizione (che in Salvatore di Giacomo ha avuto l'esponente maggiore) è rimasta viva sino ad oggi, sì che per noi è impossibile dissociare la canzone napoletana dal sentimento d'amore, un sentimento spaziante dalla malinconia alla gioia più sfrenata (melanconia e gioia, si osserva spesso e giustamente, sono i due poli estremi che caratterizzano l'animo napoletano in tutte le sue manifestazioni).
A quel periodo d'oro risalgono molti dei brani che ho scelto nella presente opinione. Pagine giustamente celebri, che nel breve arco di una fase melodica racchiudono un mondo semplice e fatto di cose semplici, ma sempre compiutamente poetico. .
Stavolta, ad interpretarle, ho scelto il tenore Ferruccio Tagliavini. 
E Tagliavini le canzoni le esegue alla sua maniera, con quel rispetto allo stile che gli è peculiare e con la propria voce straordinariamente dotata. Non a caso le canzoni napoletane cantate da Tagliavini sono popolari quanto le sue celebri interpretazioni di arie operistiche. La sua vocalità è fatta di sfumature, di sospiri, di accenti espressivi e suadenti, la sua voce è uno strumento quanto mai duttile e plasmabile, che sa essere egualmente incisivo e lievissimo. Uno strumento perciò ideale per una creazione così delicata - vero fiore di serra - qual'è la canzone napoletana, piena appunto di sfumature e di lirici abbandoni.
Nell'interpretazione di Ferruccio Tagliavini, '0 sole mio..., Torna a Surriento..., Core 'ngrato..., Voce 'e notte..., e tutte le altre canzoni che qui presento rivivono così in tutta la loro inalterabile e poetica bellezza.


ANEMA E CORE 
D'Esposito - Manlio

ANEMA E CORE
Musica di Salvatore D'Esposito - Testo di Tito Manlio

Nuje ca perdimmo 'a pace e 'o suonno,
nun ce dicimmo maje pecché?...
Vocche ca vase nun ne vonno,
nun só' sti vvocche oje né'!
Pure, te chiammo e nun rispunne
pe' fá dispietto a me...

Tenímmoce accussí: ánema e core...
nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...
stu desiderio 'e te mme fa paura...
Campá cu te,
sempe cu te,
pe' nun murí...
Che ce dicimmo a fá parole amare,
si 'o bbene po' campá cu nu respiro?
Si smanie pure tu pe' chist'ammore,
tenímmoce accussí...ánema e core!

Forse sarrá ca 'o chianto è doce,
forse sarrá ca bene fa...
Quanno mme sento cchiù felice,
nun è felicitá...
Specie si ê vvote tu mme dice,
distratta, 'a veritá...

Tenímmoce accussí: ánema e core... 



TORNA A SURRIENTO 
G. De Curtis - E. De Curtis

TORNA A SURRIENTO 
G. De Curtis - E. De Curtis

Vide 'o mare quant'è bello!
Spira tantu sentimento.
Comme tu a chi tiene mente
Ca scetato 'o faje sunnà.

Guarda, guà chistu ciardino;
Siente, siè sti sciure arance.
Nu prufumo accussì fino
Dinto 'o core se ne va...

E tu dice "I'parto, addio!"
T'alluntane da stu core...
Da la terra da l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turnà

Ma nun me lassà
Nun darme stu turmiento!
Torna a Surriento,
Famme campà!

Vide 'o mare de Surriento,
Che tesoro tene 'nfunno:
Chi ha girato tutto 'o munno
Nun l'ha visto comm'a ccà.

Guarda attuorno sti sserene,
Ca te guardano 'ncantate
E te vonno tantu bene...
Te vulessero vasà.

E tu dice "I'parto, addio!"
T'alluntane da stu core...
Da la terra da l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turnà

Ma nun me lassà
Nun darme stu turmiento!
Torna a Surriento,
Famme campà!



TU CA NUN CHIAGNE 
Bovio – E. De Curtis

TU CA NUN CHIAGNE 
Libero Bovio – Ernesto De Curtis


Comm'è bella 'a muntagna stanotte...
bella accussí, nun ll'aggio vista maje!
N'ánema pare, rassignata e stanca,
sott''a cuperta 'e chesta luna janca...
Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,
tu, stanotte, addó staje?
Voglio a te!
Voglio a te!
Chist'uocchie te vonno,
n'ata vota, vedé!

Comm'è calma 'a muntagna stanotte...
cchiù calma 'e mo, nun ll'aggio vista maje!
E tutto dorme, tutto dorme o more,
e i' sulo veglio, pecché veglia Ammore...

Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,
tu, stanotte, addó staje?
Voglio a te!
Voglio a te!
Chist'uocchie te vonno,
n'ata vota, vedé!...



'O SOLE MIO 
G. Capurro - E. di Capua   

'O SOLE MIO
(Testo di Giovanni Capurro, musica di Eduardo di Capua , 1898)

Che bella cosa na jurnata 'e sole,
N'aria serena doppo a na tempesta!
Pe' ll'aria fresca pare giá na festa,
Che bella cosa na jurnata 'e sole!

Ma n'atu sole
cchiù bello, oje né',
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
'O sole,
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
sta 'nfronte a te!

Lùceno 'e llastre d''a fenesta toja;
na lavannara canta e se ne vanta
e pe' tramente torce, spanne e canta,
lùceno 'e llastre d''a fenesta toja

Ma n'atu sole
cchiù bello, oje né',
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
'O sole,
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
sta 'nfronte a te!

Quanno fa notte e 'o sole se ne scenne,
mme vène quase na malincunia...
sott''a fenesta toja restarría,
quanno fa notte e 'o sole se ne scenne.

Ma n'atu sole
cchiù bello, oje né',
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
'O sole,
'o sole mio,
sta 'nfronte a te...
sta 'nfronte a te!


NB - Non trovando in internet video di Tagliavini, ho immesso canzoni di vari cantanti napoletani.


CORE 'NGRATO 
Cardillo - Cordiferro
 ...CORE 'NGRATO
Cardillo - Cordiferro
Canta Sergio Bruni

Catarí', Catarí'...
pecché mm''e ddice sti pparole amare?!
Pecché mme parle e 'o core mme turmiente Catarí'?!
Nun te scurdá ca t'aggio dato 'o core, Catarí'...
Nun te scurdá...
Catarí'...
Catarí', che vène a dicere
stu pparlá ca mme dá spáseme?
Tu nun ce pienze a stu dulore mio?!
Tu nun ce pienze, tu nun te ne cure...

Core, core 'ngrato...
T'hê pigliato 'a vita mia!
Tutto è passato...
e nun ce pienze cchiù.

Catarí', Catarí'...
tu nun 'o ssaje ca fino e 'int'a na chiesa
io só' trasuto e aggiu pregato a Dio, Catarí'...
E ll'aggio ditto pure a 'o cunfessore: "Io stó' a murí
pe' chella llá...
Stó' a suffrí,
stó' a suffrí nun se pò credere...
stó' a suffrí tutte li strazie..."
E 'o cunfessore, ch'è perzona santa,
mm'ha ditto: "Figliu mio lássala stá, lássala stá!..."

Core, core 'ngrato...
T'hê pigliato 'a vita mia!
Tutto è passato...
e nun ce pienze cchiù.



VURRIA 
Pugliese - Rendine
VURRIA
Pugliese - Rendine
Canta Nunzio Gallo

Dint'a na stanzulélla fredda e scura,
addó' na vota ce traseva 'o sole,
mo stóngo io sulo...e tengo na paura
ch'a poco a poco, mme cunzuma 'o core...

Paura ca mme struje 'sta malatia
senza vedé cchiù Napule,
senza vedé cchiù a te...

Vurría turná addu te,
pe' n'ora sola,
Napule mia...
pe' te sentí 'e cantá
cu mille manduline...
Vurría turná addu te
comm'a na vota,
ammore mio...
pe' te puté vasá,
pe' mme sentí abbracciá...
'Sta freva
ca nun mme lassa maje!
'sta freva
nun mme fa cchiù campá...

Vurría turná addu te
pe' n'ora sola,
Napule mia...
Vurría...vurría...vurría...
ma stóngo 'ncróce!

Stanotte, dint''o suonno, si' turnata...
Mm'accarezzave, chiano, 'sta ferita...
Aggio sentuto mille serenate,
aggio sentuto Napule addurmuta...
Po', 'mmiez'a tanta nebbia, só' caduto...
senza vedé cchiù Napule,
senza vedé cchiù a te!...

Vurría turná addu te...



'NA SERA 'E MAGGIO 
Pisano - Cioffi
 _____'NA SERA 'E MAGGIO
Pisano - Cioffi
Canta Roberto Murolo

Quanno vien'a 'appuntamento
guarde 'o mare, guard''e ffronne,
si te parlo nun rispunne,
staje distratta comm'a che.
Io te tengo dint''o core,
sóngo sempe 'nnammurato
ma tu, invece, pienze a n'ato
e te staje scurdanno 'e me...

Quanno se dice: "Sí!"
tiènelo a mente...
Nun s'ha da fá murí
nu core amante...
Tu mme diciste: "Sí!" na sera 'e maggio...
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá?!

St'uocchie tuoje nun só' sincere
comm'a quanno mme 'ncuntraste,
comm'a quanno mme diciste:
"Voglio bene sulo a te..."
E tremmanno mme giuraste,
cu na mano 'ncopp''o core:
"Nun se scorda 'o primmo ammore!..."
Mo te staje scurdanno 'e me...

Quanno se dice: "Sí!"



I' TE VURRIA VASÀ 
V. Russo - Di Capua
 ______I' TE VURRIA VASA'
V. Russo - Di Capua
Canta Mario Abbate

Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffronne 'e rosa!

'O sole, a poco a poco,
pe' stu ciardino sponta...
'o viento passa e vasa
stu ricciulillo 'nfronte!

I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mm''o ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...

I' mme vurría addurmí...
I' mme vurría addurmí...
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora pur'i'!...

Tu duorme oje Rosa mia...
e duorme a suonno chino,
mentr'io guardo, 'ncantato,
stu musso curallino...

E chesti ccarne fresche,
e chesti ttrezze nere,
mme mettono, 'int''o core,
mille male penziere!

I' te vurría vasá...

Sento stu core tujo
ca sbatte comm'a ll'onne!
Durmenno, angelo mio,
chisà tu a chi te suonne...

'A gelusia turmenta
stu core mio malato:
Te suonne a me?...Dimméllo!
O pure suonne a n'ato?

I' te vurría vasá...



DICITENCELLO VUIE – Falvo – Fusco
DICITENCELLO VUJE
Fusco - Falvo
Canta Gigi Finizio

Dicitencello a 'sta cumpagna vosta
ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...
ch''a penzo sempe,
ch'è tutt''a vita mia...
I' nce 'o vvulesse dicere,
ma nun ce 'o ssaccio dí...

'A voglio bene...
'A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm''a scordo maje.
E' na passione,
cchiù forte 'e na catena,
ca mme turmenta ll'anema...
e nun mme fa campá!...

Dicitencello ch'è na rosa 'e maggio,
ch'è assaje cchiù bella 'e na jurnata 'e sole...
Da 'a vocca soja,
cchiù fresca d''e vviole,
i' giá vulesse sèntere
ch'è 'nnammurata 'e me!

'A voglio bene...

Na lácrema lucente v'è caduta...
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st'uocchie doce,
vuje sola mme guardate...
Levámmoce 'sta maschera,
dicimmo 'a veritá...

Te voglio bene...
Te voglio bene assaje...
Si' tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale...
Te cerco comm'a ll'aria:
Te voglio pe' campá!..



COMME FACETTE MÁMMETA?
Capaldo – Gambardella
COMME FACETTE MÁMMETA?
Capaldo - Gambardella
Canta Rudy Giovannini

Quanno mámmeta t'ha fatta,
quanno mámmeta t'ha fatta...
Vuó' sapé comme facette?
vuó' sapé comme facette?...

Pe' 'mpastá sti ccarne belle,
pe' 'mpastá sti ccarne belle...
Tutto chello ca mettette?
tutto chello ca mettette?...

Ciento rose 'ncappucciate,
dint''a mártula mmescate...
Latte, rose, rose e latte,
te facette 'ncopp''o fatto!...

Nun c'è bisogno 'a zingara
p'andiviná, Cuncè'...
Comme t'ha fatto mámmeta,
'o ssaccio meglio 'e te!...

E pe' fá 'sta vocca bella,
e pe' fá 'sta vocca bella...
Nun servette 'a stessa dose,
nun servette 'a stessa dose...

Vuó' sapé che nce mettette?
Vuó' sapé che nce mettette?...
mo te dico tuttecosa...
mo te dico tuttecosa:

nu panaro chino, chino,
tutt''e fravule 'e ciardino...
Mèle, zuccaro e cannella:
te 'mpastaje 'sta vocca bella...

Nun c'è bisogno 'a zingara
p'andiviná, Cuncè'...
Comme t'ha fatto mámmeta,
'o ssaccio meglio 'e te...

E pe' fá sti ttrezze d'oro,
e pe' fá sti ttrezze d'oro...
Mamma toja s'appezzentette,
mamma toja s'appezzentette...

Bella mia, tu qua' muneta!?
bella mia, tu qua' muneta!?
Vuó' sapé che nce servette?
vuó' sapé che nce servette?...

Na miniera sana sana,
tutta fatta a filagrana,
nce vulette pe' sti ttrezze,
che, a vasá, nun ce sta prezzo!

Nun c'è bisogno 'a zingara,
p'andiviná, Cuncè'...
comme t'ha fatto mámmeta,
'o ssaccio meglio 'e te...



VOCE 'E NOTTE  
Nicolardi – E. De Curtis

VOCE 'E NOTTE – Nicolardi – E. De Curtis
Canta Massimo Ranieri


Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata, 
mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino... 
Statte scetata, si vuó' stá scetata, 
ma fa' vedé ca duorme a suonno chino... 

Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia, 
pecché nun puó' sbagliá 'sta voce è 'a mia... 
E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje, 
scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje". 

Si 'sta voce te canta dint''o core 
chello ca nun te cerco e nun te dico; 
tutt''o turmiento 'e nu luntano ammore, 
tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico... 

Si te vène na smania 'e vulé bene, 
na smania 'e vase córrere p''e vvéne, 
nu fuoco che t'abbrucia comm'a che, 
vásate a chillo...che te 'mporta 'e me? 

Si 'sta voce, che chiagne 'int''a nuttata, 
te sceta 'o sposo, nun avé paura... 
Vide ch'è senza nomme 'a serenata, 
dille ca dorme e che se rassicura... 

Dille accussí: "Chi canta 'int'a 'sta via 
o sarrá pazzo o more 'e gelusia! 
Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá... 
Canta isso sulo...Ma che canta a fá?!..."




PISCATORE 'E PUSILLECO 
Murolo – Tagliaferri

 PISCATORE 'E PUSILLECO
Murolo-Tagliaferri
Canta Tullio Pane

Piscatore 'e stu mare 'e Pusilleco
ch'ogne notte mme siente 'e cantá,
piscató', sti pparole só' lacrene
pe' Maria ca luntana mme sta!...

Dorme 'o mare...Voca, voca...
Tutt'è pace attuorno a me...

Ma pecché,
ma pecché mm'hê lassato,
mentr'io moro, stanotte, pe' te!?

Casarella d''o Capo 'e Pusilleco,
spónta 'a luna e te vène a vasá...
Quanta notte aggio perzo guardánnote,
quanta juorne aggio visto schiará!...

Dorme 'o mare...Voca, voca...

Zitto oje core, ca 'nterra Pusilleco,
veco n'ombra ca segno mme fa...
Na manélla e na voce mme chiámmano:
fra sti bbracce Maria vò' turná...

Dorme 'o mare...Oje bella viene!...
'Ncielo 'a luna saglie e va...

Vita mia!
Vita mia mme vuó' bene?
Ca si è suonno nun farme scetá...

Dorme 'o mare...Voca, vo'...




Sta... per sempre....



È VENUTO LO PAPA SANTU - Canzone napoletana di protesta


     
È_VENUTO_LO_PAPA_SANTU

È venuto lo papa santu
ch'ha portato li cannoncini
p'ammazzà li giacobini
et voilà et voilà
cauci in culu a li libbertà.

È venuto lo francese
co no mazzo de' carte 'mmano
liberté égalité fraternité
tu rubbi a me io rubbo a te.



È venuto il papa santo
Che ha portato i cannoncini
per ammazzare i giacobini
et voilà et voilà
calci nel sedere alla libertà

È venuto il francese
con un mazzo di carte in mano
liberté égalité fraternité
tu rubi a me e io rubo a te.



Sotto questo titolo, Roberto Leydi raccoglie due canti di diversa provenienza, accostabili per stile e contenuti.
Non è improbabile che appartengano al medesimo canto, e precisamente alla famosa canzone dei lazzaroni realisti... Proprio per il suo carattere di protesta immediata e diretta, quasi un'invettiva, la canzone dei lazzaroni non dovette certo presentarsi in un unico modello e in un'unica versione. Fu, probabilmente, un assieme quanto mai vario e variabile di strofette.
Ambedue i documenti provengono dal Napoletano e sono stati pubblicati dal D'Ayala il primo, dal D'Ancona il secondo.

Qualche osservazione:

“Et voilà... No mazzo de carte”: probabile riferimento alle tasse e alla coscrizione obbligatoria. “Liberté, égalité, fraternité”: Libertà, eguaglianza, fraternità: il motto della Rivoluzione francese.


VEDI ANCHE . . .

DALL’ETÀ NAPOLEONICA, LA RESTAURAZIONE, IL RISORGIMENTO - Canzoni di protesta






Sta... sempre e per sempre....

giovedì 23 febbraio 2012

LE QUATTRO STAGIONI (The Four Seasons) - Vita e opere di Antonio Vivaldi (Life and works)


     
Antonio Lucio Vivaldi (Venezia, 4 marzo 1678 – Vienna, 28 luglio 1741) è stato un compositore e violinista italiano legato all'ambiente del tardo barocco veneziano.

Vivaldi vive nella Venezia settecentesca, una città sontuosa e ricca, in festa per almeno metà dell'anno. 
Nei sette teatri d'opera (a Parigi negli stessi anni ve ne erano solo tre) fra il 1700 e il 1743 vennero rappresentate oltre 430 opere. 
È la Venezia di Tiepolo, di Canaletto, di Goldoni: splendida nell'arte ma al declino economico e politico. 
Vivaldi, nato nel 1678, è stato un precoce musicista: il padre, violinista in S. Marco, si faceva sostituire dal figlio poco più che decenne. Avviato all'educazione ecclesiastica, all'età di 25 anni fu ordinato sacerdote, ma per motivi di salute fu dispensato dal celebrare la messa. Entrò allora nell'Ospedale della Pietà (uno degli ospizi da lungo tempo sorti a Venezia per raccogliere e istruire le ragazze orfane, abbandonate, illegittime) come maestro di violino. 
È qui che dovendo dirigere l'orchestra delle giovinette nasce il Vivaldi strumentale. 
La sua terza opera, “L'estro armonico”, una raccolta di dodici concerti, destò enorme impressione fra gli intenditori e i musicisti dell'epoca: Bach ne trascrisse addirittura sei. Ma la raccolta di concerti più famosa anche fra il pubblico di oggi è senz'altro l'op. 8 “Il cimento dell'armonia e dell'invenzione”, che si apre con le celebri “Stagioni”: quattro concerti solisti per violino e orchestra d'archi, preceduti da altrettanti sonetti esplicativi, che riescono a ricostruire le atmosfere naturalistiche descritte dai sonetti stessi.

Vivaldi compose numerosi concerti e sonate anche per altri strumenti (violoncello, flauto traverso, oboe, mandolino) e sovente fece ricorso a strumenti meno usuali come la tromba marina (strumento medioevale ad arco lungo due metri di forma triangolare molto allungata), il liuto e la tiorba (una specie di liuto basso), la viola d'amore e il flauto dolce. Vivaldi compose anche importanti opere sacre (messe, salmi, oratori, Magnificat, inni, sequenze) e decine di opere su libretti, tra gli altri, di Carlo Goldoni. 
Vivaldi si assentò frequentemente da Venezia e fu anche all'estero: a Praga, ad Amsterdam e a Vienna, dove morì in povertà nel 1741. 
Conobbe grande fama e godette prestigio in tutta Europa. Nonostante ciò, solo 84 dei 734 concerti vivaldiani a noi noti furono pubblicati vivente l'autore. La riscoperta del suo immenso patrimonio strumentale è posteriore al 1945; artefice della riscoperta fu il compositore italiano Alfredo Casella.

  



LE QUATTRO STAGIONI
La Primavera

1) Allegro 
2) Largo 
3) Allegro


Giunt' è la Primavera e festosetti 
La salutan gl' Augei con lieto canto, 
E i fonti spirar de' Zeffiretti 
Con dolce mormorio scorrono intanto: 
Vengon' coprendo l'aer di nero amanto 
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti. 
Indi, tacendo questi, gl' Augeletti; 
Tornan' di nuovo al lor canoro incanto 
E quindi sul fiorito ameno prato 
Al caro mormorio di fronde e piante 
Dorme 'l Caprar col fido can' à lato 
Di pastoral Zampogna al suon festante 
Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato 
Di primavera all' apparir brillante.

   






LE QUATTRO STAGIONI
L'Estate

1) Allegro non molto 
2) Adagio 
3) Presto 


Sotto dura staggion dal sole accesa 

Langue L'huom, langue 'l gregge, ed arde il Pino; 
Sciolglie il Cucco la voce, e tosto intesa 
Canta la Tortorella e 'l gardelino. 
Zeffiro dolce spira, mà contesa 
Muove Borea improviso al suo vicino; 
E piange il Pastorel, perche sospesa 
Teme fiera borasca, e 'l suo destino; 
Toglie alle membra lasse il suo riposo: 
Il timore de' Lampi, e tuoni fieri 
E de mosche, e mosconi il stuol furioso! 
Ah che pur troppo i suoi timor son veri 
Tuona e fulmina il Ciel e grandinoso 
Tronca il capo alle spiche e a' grani alteri.

   




LE QUATTRO STAGIONI
L'Autunno

1) Allegro
2) Adagio molto
3) Allegro


Celebra il vilanel con balli e Canti

Del felice raccolto il bel piacere.
E del liquor di Bacco accesi tanti
Finiscono col sonno il lor godere.
Fà ch' ogn' uno tralasci e balli e canti
L' aria che temperata dà piacere,
E la Staggion ch' invita tanti e tanti
D' un dolcissimo sonno al ben godere.
I cacciator alla nov' alba à caccia
Con corni, schioppi, e canni escono fuore
Fugge la belva, e seguono la traccia;
Già sbigottita, e lassa al gran rumore
De' schioppi e canni ferita minaccia
Languida di fuggir, mà oppressa muore.

   
    
LE QUATTRO STAGIONI
L'Inverno


1) Allegro non molto 

2) Largo 
3) Allegro 


Agghiacciato tremar tra nevi algenti' 

Al severo spirar d'orrido vento, 
Correr battendo i piedi ogni momento; 
E per soverchio gel batter i denti, 
Passar al foco i di quieti e contenti 
Mentre la poggia fuor bagna ben cento 
' Caminar sopra ´l ghiaccio, e passo lento 
Per timor di cader persene intenti 
Gir forte sdruzziolar, cader a terra 
Di nuovo gir sopra `l ghiaccio correr forte 
Sin ch' il ghiaccio si rompe e si dissera; 
Sentir uscir dalle serrate porte 
Sirocco Borea, e tutti i Venti in guerra 
Quest' è 'l verno, mà tal, che gioja apporte.