martedì 31 gennaio 2012

COM'E' TRISTE VENEZIA - Que c'est triste Venise - How sad Venice can be - Charles Aznavour (Testi e video)





COM'E' TRISTE VENEZIA
Charles Aznavour

Com’è triste Venezia 
Soltanto un anno dopo 
Com’è triste Venezia 
Se non si ama più

Si cercano parole 
che nessuno dirà 
E si vorrebbe piangere 
Ma ormai non si può più

Com’è triste Venezia 
Se nella barca c’è 
Soltanto un gondoliere 
Che guarda verso te

E non ti chiede niente 
Perché negli occhi tuoi 
E nella mente tua 
C’è soltanto lei

Com’è triste Venezia 
Soltanto un anno dopo 
Com’è triste Venezia 
Se non si ama più

I musei e le chiese 
Si aprono per noi 
Ma non lo sanno 
Che ormai tu non ci sei

Troppo triste Venezia 
Di sera la laguna 
Se si cerca una mano 
Che non si trova più

Si fa dell’ironia 
Davanti a quella luna 
Che un dì ti ha vista mia 
E non ti vede più

Addio gabbiani in volo 
Che un giorno salutaste 
Due punti neri al suolo 
Addio anche da lei

Com’è triste Venezia 
Soltanto un anno dopo 
Com’è triste Venezia 
Se non si ama più..

  
QUE C'EST TRISTE VENISE


Que c'est triste Venise 
Au temps des amours mortes 
Que c'est triste Venise 
Quand on ne s'aime plus

On cherche encore des mots 
Mais l'ennui les emporte 
On voudrait bien pleurer 
Mais on ne le peut plus

Que c'est triste Venise 
Lorsque les barcarolles 
Ne viennent souligner 
Que des silences creux

Et que le coeur se serre 
En voyant les gondoles 
Abriter le bonheur 
Des couples amoureux

Que c'est triste Venise 
Au temps des amours mortes 
Que c'est triste Venise 
Quand on ne s'aime plus

Les musées, les églises 
Ouvrent en vain leurs portes 
Inutile beauté 
Devant nos yeux déçus

Que c'est triste Venise 
Le soir sur la lagune 
Quand on cherche une main 
Que l'on ne vous tend pas

Et que l'on ironise 
Devant le clair de lune 
Pour tenter d'oublier 
Ce qu'on ne se dit pas

Adieu tout les pigeons 
Qui nous en fait escortent 
Adieu Pont des Soupir 
Adieu rêves perdus

C'est trop triste Venise 
Au temps des amours mortes 
C'est trop triste Venise 
Quand on ne s'aime plus...

  
HOW SAD VENICE CAN BE

How sad Venice can be
When you return alone
A fond memory
In every paving stone

I walk among the birds
That fill San Marco's Square
With echoes of her words
Around me in the air

How sad Venice can be
When mandolins play
A song she sung for me
One unforgotten day

Like images of sleep
The gondoliers go by
But when I try to weep
I find my tears are dry

How sad Venice can be
When mist is in your eyes
And you can hardly see
As pigeons fill the skies

I find the little street
And then the old cafe
Where we would always meet
To dream away the day

How sad Venice can be
Beneath the silent moon
That rises from the sea
And silvers the lagoon

I hear the vespers chime
And cross the Bridge of Sighs
I know that it is time
To bid my last goodbye

There's nothing more to say
I pass beneath the light
And then I turn away
From Venice in the night

How sad Venice can be
It's too lonely to bear
When you have lost the love
That you discovered there


    

   
Charles Aznavour, pseudonimo di Shahnour Vaghinagh Aznavourian (Parigi, 22 maggio 1924) è un cantautore e attore cinematografico francese di origine armena.
Noto con il soprannome di Charles Aznavoice, ma anche detto il "Frank Sinatra della Francia", canta in sette lingue e si è esibito in molte parti del mondo. Ha dato lustro alla Francia ed è stato insignito della Legion d'Onore. È ambasciatore dell'Armenia in Svizzera dal 12 febbraio 2009.Cantante, autore, compositore (Parigi, 22.5.1924). Figlio di emigranti armeni stabilitisi in Francia, inizia fin da bambino la sua attività artistica col teatro (“Un bon petit diable”..., “Henry IV”..., “La guerre des boutons”). La buona propensione per la recitazione e il canto lo portano nel 1941 a esibirsi con Pierre Roche in un duo di cabaret. 
Le sue prime composizioni interessano la grande Edith Piaf, per la quale scriverà canzoni di grande successo come Le pleut e Il y avait. 
Agli inizi degli anni Cinquanta collabora con Gilbert Bécaud, con il quale realizza Viens e Donne-moi. Nel 1955, le sue trionfali esibizioni nei maggiori music-hall parigini (Moulin Rouge e Olympia) e quindi le prime apparizioni cinematografiche (“La téte contre les murs”, 1958) lo lanciano decisamente verso la notorietà internazionale. 
Nel 1962 con il 45 giri Je m'en voyais dejà entra per la prima volta nelle classifiche italiane e inizia a esibirsi con recital di grande successo, in particolare a Roma e Milano nel 1967, dove presenta La mère (La mamma), Il faut savoir (Devi sapere) e LaBohème. 
Nel 1971 con l'album E, fu subito Aznavour conquista il primo posto della hit parade. 
D'allora ha inciso altri dischi in italiano, continuando a cimentarsi, con una cadenza pressoché annuale, nelle più prestigiose sale del nostro paese, partecipando, inoltre, a molti spettacoli televisivi. 
Nel 1989 ha partecipato come ospite al Festival di Sanremo cantando Momenti sì momenti no. 
Tipico chansonnier della scuola francese del dopoguerra, con la sua voce roca e abilmente modulata, ha scritto e interpretato decine di canzoni di successo, in genere piccole storie d'amore e d'ambiente, in buona parte tradotte nella nostra lingua. Con una vena languidamente melanconica ha cantato l'amore (Aspetto te), a volte l'erotismo (Dopo l'amore), spesso la coppia (Ti lasci andare), l'incontro (Com'è triste Venezia).

E fu subito Aznavour (Barclay, 1971)
Buon anniversario (Barclay, 1972)
Dedicato all'amore (G&G/Ricordi, 1984)
Le cose dell'amore (G&G/Ricordi, 1985)
Com'è triste Venezia (Cgd 1988)
L'istrione (Cgd, 1988)
La mamma (Cgd, 1988)
Momenti sì, momenti no (Cgd 1989)


Sta...  per sempre...

lunedì 30 gennaio 2012

A LU SUONO DELLA GRAN CASCIA (Canto dei sanfedisti - Testo e video)


....A LU SUONO DELLA GRAN CASCIA

A lu suono della gran cascia
viva sempre lu populo bascio,
a lu suono de li tammurielli
so risuorte li puverielle.

A lu suono de le campane
viva viva li populane,
a lu suono di li viulini
sempre morte a' giacobini.


TRADUZIONE

Al suono della gran cassa
viva sempre il popolo di ceto basso
al suono dei tamburelli
sono risorti i poverelli.

Al suono delle campane
viva viva le popolane
al suono dei violini
sempre morte ai giacobini.
   
Interessante documento che risale all'epoca della “grande marcia” del cardinal Ruffo contro la Repubblica partenopea (1799). Le due strofette, già pubblicate da Benedetto Croce a fine ottocento, ora nei Canti sociali di R. Leydi, ebbero una diffusione assai larga non solo in Campania, ma anche in altre zone del Sud (Leydi ne riporta una variante barese).
Una esecuzione non so quanto fedele è contenuta in uno dei più recenti cd della Nuova compagnia di canto popolare, sotto il titolo Canto dei sanfedisti.
   

       
VERSIONE COMPLETA

CANTO DEI SANFEDISTI

A lu suono de grancascia 
viva lu popolo bascio; 
a lu suono 'e tammurriello 
sò risurte li puverielli; 
a lu suono de campana 
viva viva li pupulane; 
a lu sono de viuline 
morte alli giacubine!

Sona sona 
Sona 'a Carmagnola,
sonan li cunsiglie:
viva 'o Rre cu la famiglia! 

Li Francise so' arrivate,
'nce hanno bbuono carusate;
"et voilà, et voilà", 
cavece 'nculo a la libertà! 
So'venute li Francise
auti tasse 'nce hanno mise. 
"Libertè, ègalitè"...
tu arruobbe a mme, io arrobbo a tte!

Sona sona... 

A Sant'Eremo tanta forte 
l'hanno fatto comm'a ricotta, 
a stu curnuto sbrevugnato 
l'hanno miso 'a mitria 'n capa. 
Maistà, chi t'ha traduto? 
Chistu stommaco chi ha avuto? 
'E signure, 'e cavaliere 
te vulevano priggiuniere! 

Sona sona...

Alli tridece de giugno,
Sant'Antonio gluriuso,
'e signure, 'sti birbante, 
'e ffacettero 'o mazzo tanto! 
Viva Tata Maccarone 
ca rispetta la Religgione. 
Giacubine jate a mare,
ca v'abbrucia lu panaro!

Sona sona...
  

TRADUZIONE

Al suono della grancassa
viva il "popolo basso";
al suono di tamburelli
son risorti i poverelli;
al suono di campana
viva viva i popolani;
al suono di violini
morte ai giacobini!

Suona, suona
Suona la Carmagnola
suonano i "consigli":
viva il re con la famiglia!

I Francesi sono arrivati,
e ci hanno completamente dissanguati;
"et voilà, et voilà",
calci in culo alla libertà!
Son venuti i Francesi
e ci hanno imposto altre tasse;
"Libertè, egalitè"...
tu rubi a me, io rubo a te! 

Suona, suona...

A Sant'Elmo, così forte,
l'anno ridotto una poltiglia,
a questo cornuto svergognato
gli hanno messo la mitria in testa.
Maestà, chi ti ha tradito?
Chi ha avuto questa volontà?
I signori e i cavalieri
ti volevano prigioniero!

Suona, suona...

Il tredici di giugno,
Sant'Antonio glorioso,
ai signori, questi birbanti,
fecero il culo grosso così!
Viva "Tata Maccarone"
che rispetta la religione.
Giacobini andate a mare,
che vi brucia il sedere!

Suona, suona...

   
DOCUMENTAZIONE

Dal I volume della Storia dell'Italia moderna di Giorgio Candeloro (Feltrinelli, Milano 1956), riporto un brano tratto dalle pp. 261-62. 

“Mancò da parte della Repubblica un'azione energica in favore delle masse contadine, che si aspettavano l'abolizione della feudalità e soprattutto miravano ad impadronirsi dei demani feudali: in vari luoghi infatti i contadini agirono spontaneamente proprio in questo senso. Particolarmente grave fu il ritardo dell'emanazione della legge eversiva della feudalità. Insomma i gruppi dirigenti della piccola e media borghesia provinciale e più ancora i dirigenti dei governo di Napoli non seppero, o non vollero, associare al movimento rivoluzionario le masse contadine, nell'unico modo con cui ciò sarebbe stato possibile: risolvendo in modo radicale il problema della terra. Al fondo di questa incapacità stava, come si è detto, il fatto che quella borghesia aveva una base essenzialmente terriera. Perciò la grande scossa che la Rivoluzione aveva portato nelle masse contadine mettendole, sia pure confusamente, in movimento, invece di andare a vantaggio della Repubblica, si risolse in un grandioso moto di reazione. A questo contribuirono pure l'atteggiamento dei francesi, che anche nella Repubblica napoletana rubavano e saccheggiavano, e la propaganda antirivoluzionaria degli agenti borbonici e di una gran parte del clero; propaganda che durava ormai da anni e che ebbe facile presa in quelle popolazioni miserabili e superstiziose. Ad un certo punto avvenne che il "giacobino" fu identificato semplicemente col borghese (ciò che in un certo senso rispondeva a verità) o addirittura con l'aristocratico, e la lotta contro di lui assunse il carattere di una cieca insurrezione di classe, abilmente sfruttata dai reazionari”.






Sta... per sempre....

PARTIRE PARTIRÒ, PARTIR BISOGNA - Anton Francesco Menchi (Testo, commento e video)





PARTIRE PARTIRÒ, PARTIR BISOGNA
Anton Francesco Menchi

Partire partirò, partir bisogna
dove comanderà nostro sovrano;
chi prenderà la strada di Bologna
e chi anderà a Parigi e chi a Milano.

Se tal partenza, o cara, ti sembra amara, non lacrimare;
vado alla guerra e spero di tornare.

Quando saremo giunti all'Abetone
riposeremo la nostra bandiera
e quando si udirà forte il cannone,
addio Gigina cara, bona sera!

Ah che partenza amara, Gigina cara, mi convien fare!
sono coscritto e mi convien marciare.

Di Francia e di Germania son venuti
a prenderci per forza a militare,
però allorquando ci sarem battutti
tutti, mia cara, speran di tornare.

Ah che partenza amara, Gigina cara, Gigina bella!
di me non udrai forse più novella. 
   

     
Questa bella canzone, famosissima e ancora oggi molto eseguita, è attribuita al popolare cantastorie toscano Anton Francesco Menchi, che l'avrebbe scritta nel 1799 in occasione della leva obbligatoria che l'imperatore Napoleone aveva imposto. Egli si sarebbe servito di un modulo musicale più antico, lo stesso utilizzato dall'anonimo autore di Maremma.
Il Menchi, di sentimenti schiettamente anti-francesi e sanfedisti, scrisse anche, fra l'altro, un inno per l'armata aretina anti-giacobina, parodiando la Marsigliese, con un ritornello che suonava: “Viva Maria, viva Gesù”.
La canzone acquistò notevole popolarità e fu cantata, con il testo più o meno rimaneggiato, in molte regioni italiane e in diverse epoche (1848, 1866..,). Si trova pubblicata in più raccolte, fra cui cito i Canti sociali di R. Levdi.
La versione che qui presento è stata raccolta in Toscana da Caterina Bueno.
Fra le diverse esecuzioni discografiche citiamo quella di Caterina Bueno in Le canzoni di “Bella ciao” (Dischi del Sole)..., quella di Sandra Mantovani e Fausto Amodei in Il povero soldato (Dischi del Sole)..., quella dei Gufi nel LP Gufi cantano due secoli di Resistenza (Columbia).


VEDI ANCHE . . .

DALL’ETÀ NAPOLEONICA, LA RESTAURAZIONE, IL RISORGIMENTO - Canzoni di protesta





Sta... forever......

domenica 29 gennaio 2012

LA GUERRA DI PIERO - Fabrizio De André (Testo, commento e video)

.... Col culo esposto a un radiatore
s'era assopito il cantautore....

  

     

...LA GUERRA DI PIERO
Fabrizio De André


Dormi sepolto in un campo di grano,
non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.

"Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati,
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente".

Così dicevi, ed era inverno,
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve;
il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso,
lascia che il vento ti passi un po' addosso,
dei morti in battaglia ti porti la voce:
"Chi diede la vita ebbe in cambio una croce"...

Ma tu no lo udisti, e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava,
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo, in fondo alla valle,
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora,
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra, a coprire il suo sangue.

"E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire,
ma il tempo a me resterà per vedere,
vedere gli occhi di un uomo che muore".

E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede, e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia.

Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato;

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.

"Ninetta mia, crepare di maggio
ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno!".

E mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile,
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in un campo di grano,
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi,
ma sono mille papaveri rossi. 
    


    
La guerra di Piero è uno dei brani più celebri di De Andre. Sebbene scritta nel 1963, solo negli anni Settanta, con il boom della canzone di protesta, ottiene il meritato successo, diventando un inno pacifista e antimilitarista. Il cantautore genovese prende spunto dalla terribile esperienza di suo zio, deportato in un campo di concentramento, per raccontare la storia di Piero, giovane soldato che, mentre è assorto nei suoi pensieri vede, in fondo alla valle, un soldato nemico.
Esita a sparargli e l'incertezza gli costa la vita: Piero muore non per mancanza di coraggio, ma perchè considera il nemico uno come lui, diverso unicamente perché indossa "una divisa di un altro colore". Per questo non riesce a uccidere: la sua umanità e il suo senso di fratellanza hanno il sopravvento.
La canzone è quindi una denuncia contro la guerra e i suoi folli meccanismi di morite. Il testo, dal carattere poetico, è scritto in rima seguendo la metrica dell'endecasillabo (cioè ogni verso è formato da undici sillabe). Le due melodie che si alternano sono piuttosto simili, e si sposano perfettamente alle parole.


  
Sta..................

   

sabato 28 gennaio 2012

Canzoni di Mahavishnu John McLaughlin (Noonward Race, Birds Of Fire, Open Country Joy, Lila's Dance, Do You Hear The Voices That You Left Behind, Mind Ecology, Electric Dreams Electric Sighs)


     
John McLaughlin anche noto come Mahavishnu John McLaughlin (Doncaster, 4 gennaio 1942) è un chitarrista britannico.

"La personalità di un musicista è come la faccia di un gioiello; volge la luce e il colore, l'intensità, la bellezza cambiano". 
John McLaughlin ha spiegato così la varietà delle sue posizioni e delle sue musiche nei vent'anni di carriera trascorsi; individuando peraltro un filo comune, perché "una persona ha sogni, desideri, sentimenti che deve esprimere. Come musicista non posso che fare così, articolare quel che provo intimamente".

I sette brani che propongo in questa pagina, se non illuminano tutte le facce del gioiello, rendono comunque conto della storia di McLaughlin nei suoi anni più famosi, dal 1972, pressapoco, al 1979. 
   

    
Noonward Race, il primo pezzo, tratto da Inner Mounting Flame, è forse il tema più celebre della Mahavishnu Orchestra. Cobham e Laird, alla batteria e al basso, forniscono un ritmo di una forza e di una asciuttezza quasi insopportabili; su quel tappeto mobile, prima McLaughlin, poi Goodman, poi Hammer, infine ancora McLaughlin, prendono stringati assoli molto spettacolari. Il "tocco" del leader è, una volta tanto, decisamente rock; negli "sbavi" della chitarra, specie all'inizio, ci sono precisi ricordi di certo "rock-blues" degli anni '60, da Jimi Hendrix a Jeff Beck. Notevole anche l'assolo di Goodman, uno dei virtuosi più noti di violino elettrico in un'epoca che consacrò la fortuna di quello strumento, oggi in disuso. Di tutti i componenti della Mahavishnu, Goodman era il più versato in cose rock, se non altro per aver capeggiato per alcuni anni una banda di discreta fama, i Flock.
  

     
Birds Of Fire e Open Country Joy, sono tratti da Birds Of Fire, uno dei dischi più importanti della Mahavishnu e comunque il più venduto (1973). Il brano che intitola l'album è uno dei più suggestivi di tutta la produzione di McLaughlin; non è tanto lo sviluppo ritmico che importa, quanto la sovrapposizione di trame strumentali in lieve frizione fra loro. Un procedimento che in qualche modo ricorda gli "strati sonori" di Miles Davis nel periodo di Bitches Brew. In Open Country Joy torna in evidenza il violino di Goodman e la chitarra di McLaughlin ha toni delicati, riposanti.
  

      
Lila's Dance, da Visions Of Emerald Beyond. È una registrazione del 1975, con la Mahavishnu Mark II di Ponty, Walden, Goldberg e altri. Si tratta del periodo più discusso della discografia di McLaughlin, turbato dallo scioglimento della prima Mahavishnu e incapace di recuperare l'asciutta energia delle prime composizioni.  
     

  
   Do You Hear The Voices That You Left Behind è un bel pezzo firmato da McLaughlin e realizzato in quartetto (con Chick Corea, Stanley Clark e Billy Cobham) per l'album di Electric Guitarist, nel 1978. Di quel disco, McLaughlin ha avuto modo di sottolineare l'importanza, "perché vi ho ritrovato tutte le mie influenze". Altrove, McLaughlin ha parlato di una ricerca di stile, di un compendio di tutte le sue ricerche di cui Electric Guitarist è stato un passaggio importante anche se non definitivo. Il brano è vivace, tranquillo, sereno; McLaughlin lo inizia con dolcezza e circospezione, per ritrovare poi disinvoltamente certa energia, legata fondamentalmente al primo periodo del "jazz rock".
      





.......Mind Ecology viene da Natural Elements, terzo e ultimo ellepì di Shakti (1977). McLaughlin suona la chitarra acustica con corde supplementari che vibrano per simpatia, per ritrovare certa sonorità tipica della musica orientale; il pezzo è un dialogo fra il suo strumento e il violino di Shankar, con punte di notevole suggestione. Il tessuto percuttivo è fornito da Zakir Hussain, con le "tablas", e da T.S. Vinayakaram, che suona il "ghatam", uno strumento a forma di giara con armatura metallica interna.
Amici... ascoltate questo brano musicale...  e godete...
   
       
Infine Electric Dreams, Electric Sighs. È il McLaughlin del 1979, che ha fuso Shakti con la One Truth Band e lavora a una "elettronica morbida" (chitarra elettrica e un amplificatore da 100 watt) con i bei colori violinistici di Shankar: McLaughlin usa uno strumento a tasti incavati, che consente di ottenere notevoli sfumature piegando le corde sia verso l'alto che verso il basso, un po' come accade per la “vina" e gli altri strumenti a corde della tradizione indiana. Nella sezione finale del brano, McLaughlin ricorre brevemente al banjo, strumento per lui insolito: altrove suona la chitarra acustica a 6, 12 e 13 corde.
   

    
VEDI ANCHE . . .  MILES DAVIS E JOHN MCLAUGHLIN
   
...STA... per sempre....

giovedì 26 gennaio 2012

RICHARD CLAYDERMAN - (Video di PER ELISA)


    
........E' forse la sua formazione che lo spinge ad affrontare ricorrentemente temi classici, che esegue in un elegante stile da piano-bar. Sia la musica classica che il piano-bar hanno avuto infatti un ruolo importante nella breve storia a lieto fine di Richard Clayderman.
Nato a Parigi il 28 dicembre 1953, figlio di un maestro di pianoforte, il piccolo Philipe Pages, due occhioni verde-azzurri in un visino d'angelo incorniciato dai capelli biondi, leggeva le note ancor prima dell'alfabeto e a sei anni incantava gli ascoltatori allorché, potenziale bimbo prodigio, suonava Mozart, Beethoven, Schubert o Chopin. Ma invece di una prematura e forse effimera carriera, seguirono dieci anni di studi al Conservatorio di Parigi e, a sedici anni, un "prémier prix" al concorso pianistico della Academie Française de Musique. A diciassette però, rifiutando un futuro di concertista, che forse appariva troppo duro e arido a questo bel ragazzo per altro così simile a tanti altri ragazzi cresciuti tra le lotte, le illusioni e le delusioni del '68, lasciò gli studi e cominciò a lavorare come accompagnatore di noti cantanti pop come Johnny Halliday o Michel Sardou e nei piano-bar. A diciannove anni il matrimonio con il primo amore, a ventidue la separazione, che lo lasciò ragazzo-padre di una bambina, Maude: un'altra piccola, malinconica vicenda come tante. 
Ma proprio allora, in un piano-bar, lo notarono due personaggi del mondo della "pop music" francese, Paul de Senneville e Olivier Toussaint, compositori, talent-scouts, produttori. Scrissero per lui un pezzo, la “Ballade pour Adeline”, gli trovarono un nome d'arte, Richard Clayderman, e cominciarono a cercare il modo per lanciarlo. Il momento arrivò quando “Ballade pour Adeline” divenne il tema di un programma televisivo e quindi un disco in vetta alle classifiche.
Clayderman è diventato un divo, che lancia rose rosse a platee entusiaste di seguitissimi concerti.
Le maggiori riviste gli hanno dedicato e gli dedicano copertine e servizi. Sul muro si allunga la serie dei dischi d'oro e di platino che testimoniano il successo di vendita delle sue incisioni, infallibilmente firmate da Senneville e Toussaint.
Ma, accanto ai brani scritti per lui, evidentemente più redditizi, Clayderman ha continuato a suonare le musiche della sua fanciullezza, che lo hanno accompagnato negli anni del piano-bar. Eccole qui, raccolte per la prima volta insieme, viaggio sentimentale nel passato di Clayderman e di tutti, un viaggio naturalmente effettuato con i ritmi del nostro tempo.
   

    
POUR ELISE
(Beethoven-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

TRISTESSE
(Chopin-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

WIEGENLIED
(Brahms)

SENTIMENTAL MEDLEY
(Rossi ni-Gounod-Bach-Albinoni -P.de Senneville) (Arr.: G.Salesses-O.Toussaint)

BARCAROLLE
(Offenbach-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

LIEBESTRAUM
(Liszt-Arr.: Q.Toussaint-G.Salesses)

RHAPSODY IN BLUE
(Gershwin-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

SONATE AU CLAIR DE LUNE (Beethoven-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

AVE MARIA
(Gounod-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

BACH GAMMON (Bach-Tchaikovsky-Brahms-P.de Senneville) (Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)

HYMNE A LA JOIE
(Beethoven-Arr.: O.Toussaint-G.Salesses)


Sta... toujour....

mercoledì 25 gennaio 2012

LED ZEPPELIN STORY


    
Il gruppo, formatosi nel 1968 e scioltosi nel 1980, anno della morte del batterista, fu composto per l'intero periodo della sua attività da Jimmy Page (chitarra e lap steel), Robert Plant (voce e armonica), John Paul Jones (basso, tastiere e mandolino) e John Bonham (batteria).

Pur rifiutando di venir bollati con l'odiato marchio di Heavy Metal (quello stesso pescato in qualche romanzo di William Burroughs da una schiera di “poppisti" intellettuali), i Led Zeppelin hanno indubbiamente segnato la vicenda "hard" degli anni 70. 
Page in guida di dandy elettrico, Plant quasi un Daltrey "corretto", John Paul Jones "bassman" con voglie d'eclettismo e John "Bronzo" Bonham a menar timpani e grancasse con verve di boscaiolo, tutti avvertirono il survoltaggio di un'epoca, gli acidi mid-Sixties, giocata sull'effimera infiammatura, su un hippysmo compiacente/compiaciuto, ormai in declino.

Nel '68, alla Surrey University, i quattro si presentarono come "dirigibile", e per di più con un bell'album d'esordio nei negozi.
Le loro maratone "live", memorabili "tour de force", conquistarono in breve il mercato americano: la laringe elettrica di Plant, gli equilibrismi di Page alle prese persino con un archetto di violino in Dazed And Confused, e l'implacabile martellìo ritmico di Bonham e Jones, crearono una vera e propria mitologìa attorno al gruppo, polivalente al punto da alternare ai riff più lancinanti (Communication Breakdown) melodiche ballate acustiche (Babe, I'm Gonna Leave You).
Nel '69 il secondo album si rivelò ancor miglior ritratto dello "stile" variegato degli Zeppelin: Whole Lotta Love e Heartbreaker divennero rapidamente inni del nascente movimento "metallico"; Ramble On e What Is And What Should Never Be confermarono le tendenze "orchestrali" di Page; mentre Lemon Song e Bring It On Home vollero essere omaggi alla tradizione blues. Nel '70, i quattro misero a segno una nuova "fusione", sulle orme dei Traffic più "agresti": ballate bucoliche in chiave acustica (il banjo e i mandolini di Gallows Pole, That's The Way), qualche blues fiammeggiante (Since I've Been Loving You) e un paio di vibranti rock (Immigrant Song, Celebration Day) . Il risultato fu Led Zeppelin III, album che deluse i più "duri" ma non mancò di reclutare nuove schiere di fanatici.
L'anno seguente vide il "dirigibile" in terra d'Italia, con tafferugli e lacrimogeni al Vigorelli milanese in occasione di un'azzardata presenza al Cantagiro. Il fattaccio segnò il primo embargo di concerti da noi e il gruppo non si fece mai più rivedere. Fu il quarto disco, senza titolo e con quattro simboli magici a confondere le idee, a consacrare gli Zeppelin "roquers" per antonomasia, del decennio, con Stairway To Heaven, suggestiva ballata "in progress", Black Dog, Rock 'n Roll e le deliziose Going To California e Battle Of Evermore, manifesti di gran classe. 
House Of The Holy, nel '73, sfondò del tutto il muro di certe sonorità monolitiche del passato, offrendo una produzione ultra-accurata ed arrangiamenti polidimensionali (No Quarter, The Song Remains The Same, Rain Song). 
Il gruppo si ritrovò ben presto nel Guinnes dei primati per un'apparizione a Tampa, Florida: quasi sessantamila presenze ed un incasso di oltre 309.000 dollari. Fu il momento di maggior successo, e i quattro decisero di dare il via ad una troupe cinematografica, diretta da Joe Massot e Peter Clifton, che filmasse in scena e dietro le quinte (se ne ricavò un discreto documentario, "The Song Remains The Same" appunto, apparso nel '76 accompagnato dall'omonima colonna sonora).
Nel '74 Page e amici fondarono la propria etichetta, Swan Song, ma con scarso successo. Sull'onda del doppio Physical Graffiti, il nuovo tour americano li vide protagonisti di uno degli shows più spettacolari mai realizzati da un gruppo rock, tra laser ed effetti speciali d'ogni sorta, per oltre tre ore di musica "da vedere".

A Knebworth, nell'estate '79, gli Zeppelin fecero conoscenza con un nuovo pubblico, più giovane, in totale adorazione. Il test generazionale era stato felicemente superato. Con In Through The Out Door in vetta alle classifiche, Stairway To Heaven veniva eletta da tutti i maggiori giornali rock "canzone degli anni '70". Notevolmente riconfortati, i quattro si imbarcarono nell'80 in un esteso tour europeo: meno effetti e lungaggini, più musica, il bilancio steso da chi ebbe modo di vederli. Poi nel settembre di quell'anno la morte "accidentale" di Bonham e lo scioglimento definitivo. 
Page si è dedicato alla colonna sonora del "Giustiziere Della Notte no. 2", mentre Plant ha dato alle stampe Pictures At Eleven, "minacciando" di tornare in pista quanto prima con una sua band. Mentre un album di inediti, Coda, ha visto la luce nel '82, e la leggenda è continuata ancora.
    

    
DISCOGRAFIA

Led Zeppelin ('69)
Led Zeppelin II ('69)
Led Zeppelin III ('70)
Led Zeppelin IV ('71)
Houses Of The Hóly ('73), tutti su Atlantic

Physical Graffiti ('75)
Presence ('76)
The Song Remains The Same ('76)
In Through The Out Door ('79)
Coda ('82), tutti su Swan Song

Jimmy Page: Death Wish II (Swan Song, '82)
Robert Plant: Pictures At Eleven (Swan Song, '82)


... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre... sempre.....

MUSICA ROCK (Rock music)

    
All'abbattimento di una tradizione e di una cultura artistica basata sull'Individualità, il novecento musicale extracolto ha portato colpi decisivi. Il grande Pittore, il grande Scrittore o Scultore o Musicista per secoli ha vissuto di luce propria, illuminato dalla sua stessa grandezza, contemporaneamente pianeta e satellite orbitante, favorito in questo dal processo (generalmente lento) di creazione e produzione dell'opera di ingegno. Anche la grande orchestra sinfonica o operistica, apparentemente l'organizzazione creativa più vicina alla concezione odierna di "gruppo", in realtà è ben altra cosa: estensione funzionale alla genialità e all'attività dell'illustre Autore o del grande Solista. Parallelamente all'avvento della catena di montaggio molte cose sono cambiate anche nella musica. A confondere le carte in tavola ci ha pensato prima il jazz con quel suo strutturarsi in bands con nomi fantasiosi e con l'elaborazione di una struttura sonora che, pur vivendo a volte momenti di grande solitudine, è soprattutto scambio continuo tra i suoi interpreti, necessità di pluralità.
Poi è arrivato il rock (filosofia, industria, ideologia) con un progetto e con spinte non molto diverse da quelle che hanno portato in questo secolo all'affermazione di grandi sport di squadra, in contrapposizione alla tradizione più classica dell'atleta in pedana, solo con se stesso. Così, allo stesso modo del calcio, che ha bisogno di 22 piedi a squadra per essere praticato, il rock vive la sua dimensione principale nel gruppo, anche se, naturalmente, continuano a esistere individualità di spicco, in mancanza di un regolamento che preveda, in caso contrario, calci di rigore e sconfitte a tavolino.
Quindi il rock è collettivo. 
Ma con cautela.

Elvis Presley
   
Il fatto che si faccia risalire tutto a Elvis Presley, cioè all'Individuo per eccellenza, non è solo un incidente di percorso, reso ancora più eclatante perché posto all'inizio di una storia che dura ormai da anni (e destinata a durare ancora per molto); è invece la conferma, se ce n'era bisogno, di come i confini tra individuo e gruppo, tra coscienza di sé e conoscenza degli altri, siano fin troppo sottili per essere applicati secondo categorie fisse, senza tener conto delle molte variabili. 
Soprattutto nel caso del rock.
Quella che invece con il rock è cambiata profondamente è la concezione dì un'artista rinchiuso nella sua sfera interiore, le notti trascorse legato al tavolo o alla tavolozza per bloccare l'ispirazione. Difficile legarsi a qualcosa invece quando è il Movimento Scomposto della società occidentale l'ispirazione di un riff chitarristico o di un "trattu-trattu" alla batteria bagnata di sudore. E dal movimento, interno ed esterno, nasce l'incontro, si realizza il riconoscersi per odore, idee, vestiti, motociclette, età, voglia di sbattere la porta di casa e perdersi nella notte. Anche il più solitario degli artisti rock ha trascorsi in gruppi e complessini, ha suonato in jam sessions fino a tarda notte, ha diviso con altri l'intimità di camerini arrangiati alla meno peggio. E se non lo ha fatto, è la solita eccezione che conferma una regola diffusa.
Naturalmente non tutto è perfetto. 
Nel gruppo sono nascosti i rischi e le possibilità di ricreare tutte quelle tensioni e quei ruoli sclerotizzati, generalmente riscontrabili in tutte le società e in tutte le famiglie (i due "luoghi" verso i quali il rock si pone come alternativa). Nel gruppo quindi c'è sempre il vanitoso, l'esibizionista, il timido, l'intellettuale, il geloso, il mattacchione, il lavoratore, la moglie e il marito - c'è di tutto un po'.
  
Rolling Stones


    

Andare oggi ad analizzare il chi? come? perché? all'interno di complessi passati come i Beatles, Rolling Stones e Who, tre gruppi metastorici del rock (chi era la "moglie" tra Jagger e Richard, chi era il "marito" tra Lennon e McCartney?) è una operazione troppo complessa. Tra chi si è diviso alle soglie di un nuovo decennio (Beatles) chi ha superato la morte (Who) o i settant'anni (Rolling Stones), c'è in comune soprattutto l'esperienza fatta giorno dopo giorno, spesso dall'infanzia, quasi sempre dall'adolescenza. È con i brufoli sul viso che ci si incontra e si decide di provare con il rock'n'roll. Un gruppo è un po' come il primo amore: si litiga, si tradisce, ci si tira piatti e dischi, i conti sui soldi spesso non tornano, ma alla fine è sempre un primo grande amore e staccarsene definitivamente è impossibile: sono sempre i ragazzi con i quali si è iniziato caricando tutti gli strumenti su vecchie auto prestate, si sono divisi i pochi soldi e spesso le donne, ci si è emozionati al primo applauso, si hanno avuti i primi fischi. Poco importa se alla fine il gruppo è gratificato con dischi d'oro e limousine o se viene assorbito nell'anonimato - anche questo fa parte del gioco.
Insieme ci si difende meglio: rischi e difficoltà vengono divisi, anche i guadagni vengono divisi, è vero, ma è tutto il rock nel suo complesso a contemplare necessariamente la cooperazione sul palco e fuori, in studio di registrazione e nei corridoi della casa discografica: forse più che un'arte sociale è un'arte socializzata. E socializzante. Questo vale per tutti i livelli: dalle superstars ormai plastificate, al complessino che incide i propri "demo-tapes" su un piccolo e scassato registratore (ma ora c'è You Tube...).
A volte qualcosa si rompe, il gruppo si divide. Qualcuno sopporta la solitudine e incide buoni dischi, magari anche belli; altri deperiscono e scompaiono; altri ancora fanno tutto da soli e rifiutano ogni contatto esterno. Ma in tutti rimane il rimpianto per il passato e tanta malinconia. 
Anche questo è rock.
   

SCIUR PADRUN DA LI BELI BRAGHI BIANCHI (Testo, commento e video di Giovanna Daffini)




SCIUR PADRUN DA LI BELI BRAGHI BIANCHI

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

A scüsa sciur padrun
sa l'èm fat tribülèr
i era li prèmi volti
i era li prèmi volti
a scüsa sciur padrun
sa l'èm fat tribülèr
i era li prèmi volti
ca 'n saiévum cuma fèr.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi, fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

Prèma al rancaun
e po' dopu a 'l sciancàun
e adés ca l'èm tot via
e adés ca l'èm tot via
prèma al rancaun
e po' dopu a 'l sciancàun
e adés ca l'èm tot via
al salutém e po' andèm via.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

Al nostar sciur padrun
l'è bon come 'l bon pan
da stér insëma a l'érsën
da stér insëma a l'érsën
al noster sciur padrun
l'è bon com'è 'l bon pan
da stér insëma a l'érsën
al dis - Fé andèr cal man -

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

E non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a pochi giorni
la va a pochi giorni
e non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a pochi giorni
e poi dopo andiamo a cà.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

E non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a poche ore
la va a poche ore
e non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a poche ore
e poi dopo andiamo a cà.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

Incö l'è l'ultim giürën
e adman l'è la partenza
farem la riverenza
farem la riverenza
incö l'è l'ultim giürën
e adman l'è la partenza
farem la riverenza
al noster sciur padrun.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

E quando al treno a scëffla
i mundèin a la stassion
con la cassiétta in spala
con la cassiétta in spala
e quando al treno a scëffla
i mundèin a la stassion
con la cassiétta in spala
su e giù per i vagon.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

Quando saremo a casa
dai nostri fidanzati
ci daremo tanti baci
ci daremo tanti baci
quando saremo a casa
dai nostri fidanzati
ci daremo tanti baci
tanti baci in quantità.

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch'anduma a cà.

  
  
Traduzione

Signor padrone dai bei pantaloni bianchi, 
fuori i soldi che andiamo a casa. 
Scusi, signor padrone, 
se l'abbiamo fatto tribolare; 
erano le prime volte 
e non sapevamo come fare. 

Prima lo sradicavamo, 
poi lo strappavamo, 
e adesso che lo abbiamo tolto 
la salutiamo e andiamo via.

Il nostro signor padrone 
è buono come il pane 
buono di stare sopra l'argine 
e dice: Fate andare quelle mani... 

Oggi è l'ultimo giorno 
e domani è la partenza,
faremo la riverenza 
al nostro signor padrone... 

E quando il treno fischia, 
le mondine alla stazione 
con la cassetta in spalla, 
su e giù per i vagoni.

   

    
Raccolta da Gianni Bosio e Roberto Leydí a Gualtieri (Reggio Emilia), questa bella canzone di risaia faceva parte del repertorio di Giovanna Daffini  (Villa Saviola, 22 aprile 1913 – Gualtieri, 7 luglio 1969), uno straordinario personaggio di notevole intelligenza e umanità, mondina in gioventù, cantastorie poi fino alla morte (1969): andava di paese in paese, alle feste, ai matrimoni, nelle osterie, a cantare le 'sue' canzoni, accompagnandosi alla chitarra, con al fianco il marito, Vittorio Carpi, violinista.
Questa canzone, appresa dalla Daffini nel Novarese e nel Vercellese, era cantata dalle mondine già dopo una ventina di giorni di lavoro (il contratto prevedeva trenta-quaranta giorni), “perché eravamo stanchi di monda, che si vedeva le case anche non so distante quanti chilometri” (secondo una sua testimonianza riportata, con altre notizie interessanti, ne Il nuovo canzoniere italiano).
Nell'esecuzione originale di Giovanna Daffini, la canzone può essere ascoltata in Canti del lavoro e canzoni di Bella ciao ..,  Il Po, l'Emilia del Duo di Piadena (Tank); una strofetta con elementi simili è nel magnifico disco delle sorelle Bettinelli “La partenza per me la s'avvicina”.
Anni fa, nell'ambito della 'riscoperta' dei filone popolare da parte dei canzonettisti di consumo alla Sanremo, Sciur padrun da li beli braghi bianchi (così come la Bella ciao delle mondine) ha avuto il 'privilegio' di essere lanciata sul mercato radio-televisivo, naturalmente riconfezionata ad hoc per il goffo e bolso 'stile' di certi cantanti. Il tentativo della borghesia di appropriarsi anche del patrimonio popolare per rivomitarlo castrato di ogni autenticità e significato rivoluzionario ha raggiunto in questo caso risultati veramente penosi (vedi Gigliola Cinguetti) o appena tollerabili (vedi Anna Identici). Ma purtroppo non si è ancora - forse - visto il peggio.


VEDI ANCHE . . .




Sta... per sempre...