giovedì 29 dicembre 2011

LUDWIG VAN BEETHOVEN - Sinfonia di vita (Symphony of Life)


Statua di Beethoven all'interno del chiostro del conservatorio di san Pietro a Majella (Napoli).
Opera di Francesco Jerace del 1895

   
Ludwig van Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770 - Vienna, 26 marzo 1827), uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. 
Nato in una famiglia di modeste condizioni, di lontana origine fiamminga, la sua infanzia non conobbe il calore e la felicità di solidi affetti familiari. Il padre, oscuro suonatore della Cappella della Corte, accortosi delle doti musicali del figlio, cercò con tutti i mezzi di farne un bambino prodigio emulo di Mozart, per poterne ricavare un vantaggio finanziario immediato. 
Gli anni trascorsi a Bonn, fra le ristrettezze finanziarie e la durezza del padre, stamparono nell'animo del giovane musicista una traccia indelebile: il bisogno di solitudine, il carattere aspro e collerico dell'uomo maturo si forgiarono forse fra le mura opprimenti della casa paterna. 
Nel novembre del 1792, si trasferisce a Vienna, la prestigiosa capitale dell'impero austriaco, e vi si stabilisce. Le lezioni che prende da Haydn non sono molto accurate e soddisfacenti; il giovane Ludwig si rivolge allora al teorico Albrechtsberger e all'operista italiano Salieri. Sono anni felici, gli unici forse nella tormentata vita del musicista tedesco.
Dopo l'infanzia oscura di Bonn, gode con giovanile entusiasmo del successo di pianista dallo stile impetuoso e originale, e di improvvisatore dalla vena facile e brillante. In questo periodo nascono numerose le prime composizioni, sulla falsariga delle opere più mature di Haydn: la grazia settecentesca, la preziosità formale si sposano ad un insolito vigore che diremmo quasi contadinesco, e che dà ai primi lavori beethoveniani una impronta personalissima, mentre nei tempi lenti delle “Sonate” la malinconica tenerezza che è nel gusto del tempo si incupisce in un clima di tragica disperazione. Ma i due aspetti dell'anima beethoveniana, la dura violenta incrollabile energia e la cupa disperazione, sono ancora separati: il primo sembra esaurire la sua carica vitale nei tempi veloci, il secondo aspetto si anima in molti stupendi “adagi”. 
Sono le prime “Sonate per pianoforte op. 2” e “op. 10”, i sei “Quartetti op. 18”, i primi due “Concerti per pianoforte e orchestra”, il “Settimino”, la “I Sinfonia”. Ma ai primi dolori, alle prime difficoltà - la sordità che aumenta, il disordine finanziario, forse un amore sfortunato - assistiamo, poco dopo il 1800, a una svolta repentina che non sarà soltanto decisiva per la personalità di Beethoven, ma che investirà tutta la musica e l'arte europea. 
Beethoven sa di essere molto più in alto di tutti quelli che lo circondano, intuisce che la sua arte lo mette al di sopra di tutte le più blasonate aristocrazie del sangue. Il pubblico che lo applaude in fondo non lo capisce, e anzi ne teme la rude e violenta personalità. Non trova confidenza, amici, comprensione; è incapace di compromessi, di accomodamenti, di rinunce. Si chiude in se stesso in un lungo, intenso, straziante colloquio con la sua anima. 
Nel 1802 medita a lungo il suicidio, ed è con uno sforzo supremo della volontà che accetta la sfida del destino e si dedica alla sua arte, che sente come una missione da compiere a tutti i costi per il bene dell'umanità. La cupa disperazione si riscatta in un imperioso dinamismo vitale, e nasce così il secondo stile beethoveniano, nella cui scia cresce tutto il Romanticismo ottocentesco: una musica che è espressione intima e appassionata del proprio io interiore, e nella quale i contrasti, gli slanci e le tenebre dell'anima dell'artista assurgono a simbolo della vita, del dolore, dell'aspirazione per la libertà e la felicità di tutti gli uomini.

Composta nel 1804, la “III Sinfonia Eroica” è, insieme alla “V”, l'opera più indicativa del secondo stile beethoveniano. Pensata dapprincipio come omaggio al genio liberatore di Napoleone, simbolo di democrazia e di rinnovamento, la dedica venne stracciata all'annuncio dell'incoronazione imperiale del Bonaparte. E L'Eroica rimase il monumento delle aspirazioni politiche della Rivoluzione Francese, non più legata a un personaggio fisico, ma all'eroismo di tutto un popolo, di tutta l'umanità. Questa musica nuova, possente, grandiosamente rivoluzionaria, sembra prendere su di sé tutto il dolore e la miseria del mondo, per offrire giustizia, libertà, amare. 
La “V Sinfonia” del 1808, continua il discorso della “III” in un linguaggio ancora più scattante e più tragicamente conciso. 
Lo stesso impulso creativo lega alle sinfonie le ouvertures “Coriolano” e “Egmont” (da una serie di musiche di scena per la omonima tragedia goethiana), la “Sonata a Kreutzer” per violino e pianoforte, il “V Concerto per pianoforte e orchestra”, i “3 quintetti op. 59”, le “Sonate per piano op. 13 (Patetica)”, “op. 27 (Chiaro di luna)”, “op. 57 (Appassionata)”, l'opera teatrale “Fidelio”. 
Poi, bruscamente, la tempesta si placa: la “VI Sinfonia” apre nuove prospettive: il tragico dualismo dell'anima umana trova un approdo di pace e di serenità nella religiosa contemplazione della natura (“VI Sinfonia (Pastorale)”, 1808), nell'ebbrezza dionisiaca della vita (“VII Sinfonia”, 1812) nella serenità di un familiare umorismo (“VIII Sinfonia”, 1812); nella “Messa Solenne” (1822); la tragica drammaticità della “V Sinfonia” si stempera in estatica spiritualità, mentre l'ultima grande composizione orchestrale, la “IX Sinfonia” (1823), è un grandioso inno alla fraternità e alla gioia di vivere, documento di una solidarietà umana e di una speranza rivoluzionaria che si rivela già nell'assunzione di un testo come L' “Inno alla gioia” schilleriano, divisa, quasi dei democratici del tempo. 
Il testamento dell'artista è però affidato alle ultime cinque “Sonate per pianoforte” (1816-1822) e soprattutto agli ultimi cinque “Quartetti” (1824-1826): le forme classiche tendono in questi ultimi capolavori a spezzarsi, a disgregarsi. I temi perdono quel carattere di incisività e concisione tipicamente beethoveniano e si allungano smisuratamente in un continuo rinnovarsi che non conosce la rottura dei contrasti o il riposo delle ripetizioni. 
La musica di Beethoven e il suo messaggio sono assai vicini a noi: solo Brahms e Wagner, e in un certo senso anche Bartok riescono a cogliere il significato profondo degli ultimi “Quartetti”. 
Sul finire del 1826 una cirrosi epatica e l'idropisia colpiscono Beethoven e lo porteranno in pochi mesi alla morte. 
I resti del musicista sono nel cimitero di Vienna.




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Sta..........................


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