sabato 31 dicembre 2011

MUSICA ROMANTICA - Il pianoforte (Romantic music - The piano)


   
Vari fattori hanno contribuito a caratterizzare la produzione strumentale della grande stagione romantica, marcandone in maniera emblematica anche la vita culturale. Tra essi un evidente rilievo assunsero il virtuosismo, il rapporto con la vocalità, specie della sede eletta del melodramma, e l'influenza del 'melos' folclorico, considerato dallo “Sturm und Drang” il supremo modello per l'arte, perché riconoscere e sostenere l'autenticità espressiva del canto popolare implicava l'accettazione di un nuovo gusto estetico, l'esigenza nuova di esprimere mediante la musica sentimenti veri, spontaneamente goduti e sofferti.
Nell'ambito della cameristica e del repertorio strumentale, figura tipicamente romantica fu l'interprete-virtuoso, propenso sempre a rivaleggiare con il cantante di bravura, suscitando sia emozioni nei 'passaggi ariosi ed espressivi sia stupore ed ammirazione nei movimenti veloci, tecnicamente spesso assai ardui.
A tale stile brillante parteciparono anche musicisti che ebbero a prediligere in sommo grado il clima ipersoggettivo ed intimistico della loro creatività, come Mendelssohn, Schubert, Chopin, Schumann ed anche Brahms.
Strumento principe dell'età romantica era infatti il pianoforte e la sua evoluzione, nel perfezionamento d'impianto e sonorità, fu alla base sia della tecnica meccanica sia dei nuovi esiti interpretativi, suggerendo le più aggiornate figurazioni ritmiche, armoniche ed espressive, nonché coinvolgendo nel suo operare tanto il melodismo vocale quanto le risorse timbriche mutuate da organici orchestrali maggiori.
La pratica dell'improvvisazione, tipica del virtuosismo alla tastiera sin dai tempi del classicismo viennese, divenne così nell'epoca romantica il sinonimo della fantasia inventiva, instaurando quindi un rapporto immediato e diretto tra l'artista e il suo pubblico, in cui - secondo una precisa testimonianza di Liszt - “il primo dominava l'altro, ma ne veniva condizionato”.
E dal pianoforte il virtuosismo venne poi a diffondersi tra gli altri strumenti, specialmente ad arco, implicando un'intensificazione della tecnica e forme più libere di composizioni, dalle Variazioni alle Fantasie, che spesso risultavano essere brillanti elaborazioni di arie d'opera, danze popolari e romanze da salotto.
  


Sta...per sempre....

giovedì 29 dicembre 2011

BEETHOVEN, L'UOMO NUOVO (The new man)

   
Due secoli e mezzo della nascita di Beethoven sono una quantità enorme di tempo; sembra assurdo dover collocare Beethoven in una prospettiva così lontana, mettere la “Terza Sinfonia (Eroica)” accanto alle ultime composizioni di Haydn così amabilmente settecentesche.
In questa apparente assurdità sta il dramma di Beethoven, l'uomo nuovo nato in un'epoca di radicali trasformazioni cui il vecchio mondo cercava ancora di resistere. Oggi è difficile concepire che cosa fosse la vita di un musicista in quell'epoca e nelle piccole Corti tedesche. Per tutto il Settecento la musica è un ornamento necessario in un ambiente nobile: ogni signore di un certo rango e di una certa fortuna ha la sua orchestra o, almeno, il suo complesso cameristico, compone egli stesso e non intraprende un viaggio senza i suoi musicanti da mostrare come rarità agli altri signori.

Haydn, il grande Haydn, salvo gli ultimi anni della sua vita, rimase sempre alla corte del ricco principe Esterhazy dove pranzava coi servitori e scriveva i suoi lavori per le accademie che si susseguivano a palazzo o per occasioni assai più umili. Questa pratica dà alla musica del Settecento un carattere solido e artigianale: scritta per un mondo aristocratico, uniforme di gusto e di cultura, risente della limitazione generale; deve essere compresa da tutti, deve piacere e deve essere tecnicamente a livello dell'esecutore medio, sia il professionista dell'orchestra che il nobile dilettante.

In questo mondo bene equilibrato, le idee della Rivoluzione francese e poi la Rivoluzione stessa portano una rottura catastrofica. Dal punto di vista economico, la distruzione dei vecchi legami feudali e la eliminazione dei principi porta alla liquidazione degli impieghi di corte, a cominciare da quelli voluttuari. Si sciolgono le orchestre mantenute dai signori e i musicisti si trovano disoccupati. Nello stesso tempo comincia ad apparire un nuovo pubblico di origine borghese che ha altri gusti, altre esigenze e altre possibilità.

Il linguaggio aristocratico della musica a livello internazionale cede il posto a uno stile più sanguigno e popolaresco, più ricco di fantasia e di imprevisti: l'opera classica, questo divertimento aulico dei signori, cede il posto all'opera buffa; la musica strumentale si orienta verso il virtuosismo degli esecutori che viaggiano da teatro a teatro, da salone a salone, conquistando un pubblico che non ha più la cultura uniforme dell'antica nobiltà.

Nasce il musicista come libero professionista. Non è un passaggio facile. Mozart che arrischia per primo muore di esaurimento nel tentativo di sostenersi con la vendita dei propri lavori in un'epoca in cui non esistono i diritti d'autore. Per dare un'idea del come andavano le cose, ricordo che Mozart riceveva per un'opera lirica 500 gulden mentre per vivere un anno in dignitosa povertà a Vienna gliene occorrevano da sei a ottocento: mezzo secolo dopo suo figlio Carlo Tommaso, modesto funzionario statale a Milano, ricevette 10.000 franchi da Parigi come diritti d'autore per tre recite del “Matrimonio di Figaro” e, con quella somma, acquistò una proprietà terriera a Caversaccio in provincia di Como!

La vita di Beethoven si svolge a mezza strada tra questi due momenti. Quando egli appare nella capitale austriaca attorno ai vent'anni, Mozart sta ormai morendo, ma una nuova categoria di brillanti virtuosi del pianoforte va affermandosi. Sta cioè avvenendo quella trasformazione del gusto di cui ho detto: la musica si spoglia della bella forma settecentesca, calibrata secondo canoni universali, per diventare più libera e individuale. La rottura delle convenzioni incipriate - effettuata da Mozart nelle grandi scene drammatiche del “Don Giovanni” - va allargandosi a tutti i campi dell'arte musicale e il pubblico comincia ad orientarsi verso quello che poi sarà lo stile romantico.

In questa arena Beethoven entra con successo. Da giovane non ha né il volto leonino degli ultimi ritratti, né l'aggressiva violenza che, più tardi, lo metterà in contrasto con tutti. E' un bel ragazzo sottile di figura, con occhi vivaci un po' melanconici e una gran fronte attorno a cui i capelli cadono in onde sino alle spalle. Ed è anche elegante in calze di seta e scarpette scollate, panciotto ricamato, cravatta alla moda francese. Nei salotti compie prodigi sulla tastiera, e nelle case aristocratiche tratta i proprietari alla pari o, qualche volta, con superiore considerazione. Il che non significa che egli sia “alla pari”: tra lui e le belle signore che l'ammirano resta il distacco invalicabile della situazione sociale: le affascinanti ragazze della famiglia Brunswik si innamorano in blocco di lui, ma cercano i mariti nel proprio rango.

Anche qui, come nella sua musica, il suo rapporto colla società conserva qualcosa di sbagliato: una mescolanza di amore-odio, di fascino e di terrore. Il suo mondo ideale è quello della rivoluzione borghese, ma egli vive tra la nobiltà; amici e protettori vengono dalla Corte e, in fondo, il suo maggior trionfo sta nel farsi servire da coloro che stanno sopra di lui nella scala del potere. Ma in questo continuo braccio di ferro non sempre riesce ad avere la meglio. Nello stesso tempo lo sviluppo del suo linguaggio artistico tende a isolarlo, a spaventare il pubblico medio.

L'illustre Carpani - autore attorno al 1810 di un fondamentale studio su Haydn - ci lascia una testimonianza perfetta dei sentimenti di un vecchio musicomane di fronte alle novità affioranti nel mondo beethoveniano. Nel giovane genio egli vede l'erede unico di Haydn e di Mozart. Ma, c'è un ma...

“Vorrà egli porre un freno alla sua fantasia? 
Vorrà darle un ordine, una misura, un carattere? 
Vorrà anteporre la bellezza alla singolarità? 
Vorrà cessare di essere il Kant della musica? 
In una parola: vorrà farsi un sistema chiaro, intelligibile, sensato, e seguirlo? 
Certo è che la natura... gli ha dato dei doni che all'Haydn e ai Mozart soli sembrava aver riservati. 
Ma egli, invece di farne uso moderato e saggio, dilapida e distrugge il suo patrimonio...”.

In questa serie di interrogativi e di affermazioni dolci-amare vi è, come rileva Giovanni Carli Ballola nel suo recente Beethoven (Ed. Sansoni), una intuizione straordinaria: Beethoven come Kant della musica. Emanuele Kant, nato nello stesso anno di Beethoven, è il creatore della filosofia moderna e l'ordinatore di una morale tesa alla realizzazione assoluta di un principio superiore, basata sulla libertà della ragione. Ora, non solo Beethoven è un lettore appassionato di Kant, ma coscientemente o no ne realizza i postulati e li porta assai più avanti nella ricerca della verità assoluta postulata dal filosofo.

Qui, appunto, sta il momento di rottura tra Beethoven e quella parte dei contemporanei che desiderava trovare in lui un progresso, ma entro le buone regole del passato; una novità, come dice il Carpani, ma saggia e moderata. Beethoven, invece, non è né moderato né saggio. In politica e in arte il suo mondo è quello della Rivoluzione francese. Nella realtà della vita quotidiana arriva qualche volta a compromessi: strappa la dedica della “Eroica” a Napoleone quando questi si fa incoronare imperatore, ma poi quando Napoleone entra da vincitore in Vienna gliela dirige come se fosse ancora sua, salvo scrivere una (brutta) “Vittoria di Wellington” dopo Waterloo... L'uomo non è ineccepibile, ma l'artista non ha simili sbandamenti e nella musica realizza con indomabile coerenza l'imperativo categorico di Kant, l'affermazione di una libertà sempre più ampia e il rifiuto delle convenzioni del passato.

Qui Beethoven è il contemporaneo di Goethe e di Schiller. La tematica dei due grandi poeti tedeschi, la lotta titanica dell'uomo contro la società ingiusta e contro la stessa divinità, la visione di un'umanità libera, affratellata oltre le frontiere, animano tutta la sua opera. 
E' facile avvertire questo slancio nelle musiche dedicate agli eroi rivoluzionari, - “Egmont” e “Coriolano” - nella schilleriana “Ode alla Gioia” che corona la “Nona Sinfonia”, nell'ardente finale del “Fidelio” ispirato a un episodio della Rivoluzione francese. Qui il testo, l'occasione, esprimono direttamente l'intenzione dell'autore. Ma l'abbattimento di ogni frontiera ideale non è meno energico in altri lavori di “musica pura”: le grandi “Sonate per pianoforte”, i monumentali “Quartetti”, i “Concerti” per piano, per violino e via via.

Ancora una volta, per comprendere l'ampiezza del fenomeno liberatorio, dobbiamo guardare indietro alla musica settecentesca in cui il fascino armonioso della geometria interna dà il senso di bella tranquillità, di raggiunta sicurezza. Talora, nelle ultime sinfonie di Haydn e soprattutto in certe partiture di Mozart, il cerchio di eleganza formale si incrina e lascia intuire un turbamento di tempi nuovi. Ma ciò che in questi pur grandissimi è soltanto uno sguardo nel futuro (anche se Mozart vede molto in là), diventa in Beethoven lo scopo primo del suo lavoro.

Spezzare le barriere che si oppongono al progresso del pensiero, così come Napoleone abbatte le frontiere in Europa, significa per lui superare la forma del passato aprendo nuove vertiginose prospettive. 
Senza entrare in ardue analisi tecniche, basta ricordare quel che ognuno di noi avverte ad orecchio ponendo sul grammofono un disco o sul lettore un cd: in primo luogo la grandiosità dell'orchestra beethoveniana, l'arricchimento degli impasti, l'impiego di armonie e di strumenti sino allora inusitati. Poi le dimensioni dell'opera: le grandi sinfonie di Beethoven durano il doppio di quelle di Mozart, e questa durata ha un senso espressivo, tende ad esaurire sino all'ultima piega una materia altamente significativa. E, ancora, la violenza dei contrasti, quella tensione drammatica crescente di battuta in battuta che tanto sconcertava i conservatori dell'epoca quando le ritrovavano nelle “Sonate” come nelle “Sinfonie”.

Siamo cioè agli antipodi della musica aristocratica del Settecento: là lo scopo era il piacere, il divertimento di una nobile società arrivata a un perfetto equilibrio di vita, al di sopra di tutto il resto del mondo “volgare”. Qui lo scopo è la espressione di sentimenti, di idee, di volontà che appartengono all'umanità intera o, almeno, a quella parte dell'umanità che guida l'altra verso un impetuoso progresso.

Questo allargamento espressivo abbisogna di tecniche originali. E' evidente: il “Giudizio Universale” deve essere dipinto in modo differente dal ritratto di una bella ragazza; la “Critica della Ragion Pura” richiede un linguaggio diverso da quello di un sonetto parnassiano. Di qui la ininterrotta ricerca di Beethoven di modi inediti di espressione, di melodie, di armonie capaci di sopportare il peso delle idee rivoluzionarie. Isolato dal mondo da una sordità che, alla epoca della “Terza Sinfonia” va già diventando totale, egli approfondisce in se stesso una esplorazione che di anno in anno si fa ardita oltre ogni limite tradizionale. Gli ultimi “Quartetti”, più ancora della prometeica “Nona Sinfonia” rappresentano l'estremo vertice del progresso verso mondi vergini.

Qui ben pochi lo seguirono. Gli ultimi “Quartetti” rimasero per anni un libro chiuso per i più e aveva ragione Schubert quando, additando il Maestro agli amici, diceva...

“Egli sa tutto, ma noi non possiamo ancora capire tutto, e passerà ancora molta acqua sotto i ponti del Danubio prima che tutto ciò che quell'uomo ha creato sia compreso dal mondo”. 

Tuttavia, anche senza capire tutto, i contemporanei intesero la straordinaria grandezza della sua opera tanto che quand'egli morì - il 26 marzo 1827 - oltre ventimila persone l'accompagnarono alla tomba. A un forestiero che domandava per chi si facesse tanto lutto, una vecchietta rispose...

“Bisogna che lei venga ben da lontano, altrimenti saprebbe che è morto il generale dei musicanti”.

Morto, ma non silenzioso. Sulle pagine dei “Quartetti” e della “Nona Sinfonia” il giovane Wagner imparava i prodigi della musica nuova. E da lì a Mahler, a Bartok, a Schoenberg, il filo è ininterrotto. Per questo ci riesce arduo, come dicevo allo inizio, situare Beethoven a due secoli di distanza: perché abbiamo percorso soltanto una piccola parte della strada verso la libertà spirituale che la sua opera indica.


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BEETHOVEN - L'uomo nuovo

LUDWIG VAN BEETHOVEN - Sinfonia di vita

BEETHOVEN, solo con la sua musica
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Sta..........................


LUDWIG VAN BEETHOVEN - Sinfonia di vita (Symphony of Life)


Statua di Beethoven all'interno del chiostro del conservatorio di san Pietro a Majella (Napoli).
Opera di Francesco Jerace del 1895

   
Ludwig van Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770 - Vienna, 26 marzo 1827), uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. 
Nato in una famiglia di modeste condizioni, di lontana origine fiamminga, la sua infanzia non conobbe il calore e la felicità di solidi affetti familiari. Il padre, oscuro suonatore della Cappella della Corte, accortosi delle doti musicali del figlio, cercò con tutti i mezzi di farne un bambino prodigio emulo di Mozart, per poterne ricavare un vantaggio finanziario immediato. 
Gli anni trascorsi a Bonn, fra le ristrettezze finanziarie e la durezza del padre, stamparono nell'animo del giovane musicista una traccia indelebile: il bisogno di solitudine, il carattere aspro e collerico dell'uomo maturo si forgiarono forse fra le mura opprimenti della casa paterna. 
Nel novembre del 1792, si trasferisce a Vienna, la prestigiosa capitale dell'impero austriaco, e vi si stabilisce. Le lezioni che prende da Haydn non sono molto accurate e soddisfacenti; il giovane Ludwig si rivolge allora al teorico Albrechtsberger e all'operista italiano Salieri. Sono anni felici, gli unici forse nella tormentata vita del musicista tedesco.
Dopo l'infanzia oscura di Bonn, gode con giovanile entusiasmo del successo di pianista dallo stile impetuoso e originale, e di improvvisatore dalla vena facile e brillante. In questo periodo nascono numerose le prime composizioni, sulla falsariga delle opere più mature di Haydn: la grazia settecentesca, la preziosità formale si sposano ad un insolito vigore che diremmo quasi contadinesco, e che dà ai primi lavori beethoveniani una impronta personalissima, mentre nei tempi lenti delle “Sonate” la malinconica tenerezza che è nel gusto del tempo si incupisce in un clima di tragica disperazione. Ma i due aspetti dell'anima beethoveniana, la dura violenta incrollabile energia e la cupa disperazione, sono ancora separati: il primo sembra esaurire la sua carica vitale nei tempi veloci, il secondo aspetto si anima in molti stupendi “adagi”. 
Sono le prime “Sonate per pianoforte op. 2” e “op. 10”, i sei “Quartetti op. 18”, i primi due “Concerti per pianoforte e orchestra”, il “Settimino”, la “I Sinfonia”. Ma ai primi dolori, alle prime difficoltà - la sordità che aumenta, il disordine finanziario, forse un amore sfortunato - assistiamo, poco dopo il 1800, a una svolta repentina che non sarà soltanto decisiva per la personalità di Beethoven, ma che investirà tutta la musica e l'arte europea. 
Beethoven sa di essere molto più in alto di tutti quelli che lo circondano, intuisce che la sua arte lo mette al di sopra di tutte le più blasonate aristocrazie del sangue. Il pubblico che lo applaude in fondo non lo capisce, e anzi ne teme la rude e violenta personalità. Non trova confidenza, amici, comprensione; è incapace di compromessi, di accomodamenti, di rinunce. Si chiude in se stesso in un lungo, intenso, straziante colloquio con la sua anima. 
Nel 1802 medita a lungo il suicidio, ed è con uno sforzo supremo della volontà che accetta la sfida del destino e si dedica alla sua arte, che sente come una missione da compiere a tutti i costi per il bene dell'umanità. La cupa disperazione si riscatta in un imperioso dinamismo vitale, e nasce così il secondo stile beethoveniano, nella cui scia cresce tutto il Romanticismo ottocentesco: una musica che è espressione intima e appassionata del proprio io interiore, e nella quale i contrasti, gli slanci e le tenebre dell'anima dell'artista assurgono a simbolo della vita, del dolore, dell'aspirazione per la libertà e la felicità di tutti gli uomini.

Composta nel 1804, la “III Sinfonia Eroica” è, insieme alla “V”, l'opera più indicativa del secondo stile beethoveniano. Pensata dapprincipio come omaggio al genio liberatore di Napoleone, simbolo di democrazia e di rinnovamento, la dedica venne stracciata all'annuncio dell'incoronazione imperiale del Bonaparte. E L'Eroica rimase il monumento delle aspirazioni politiche della Rivoluzione Francese, non più legata a un personaggio fisico, ma all'eroismo di tutto un popolo, di tutta l'umanità. Questa musica nuova, possente, grandiosamente rivoluzionaria, sembra prendere su di sé tutto il dolore e la miseria del mondo, per offrire giustizia, libertà, amare. 
La “V Sinfonia” del 1808, continua il discorso della “III” in un linguaggio ancora più scattante e più tragicamente conciso. 
Lo stesso impulso creativo lega alle sinfonie le ouvertures “Coriolano” e “Egmont” (da una serie di musiche di scena per la omonima tragedia goethiana), la “Sonata a Kreutzer” per violino e pianoforte, il “V Concerto per pianoforte e orchestra”, i “3 quintetti op. 59”, le “Sonate per piano op. 13 (Patetica)”, “op. 27 (Chiaro di luna)”, “op. 57 (Appassionata)”, l'opera teatrale “Fidelio”. 
Poi, bruscamente, la tempesta si placa: la “VI Sinfonia” apre nuove prospettive: il tragico dualismo dell'anima umana trova un approdo di pace e di serenità nella religiosa contemplazione della natura (“VI Sinfonia (Pastorale)”, 1808), nell'ebbrezza dionisiaca della vita (“VII Sinfonia”, 1812) nella serenità di un familiare umorismo (“VIII Sinfonia”, 1812); nella “Messa Solenne” (1822); la tragica drammaticità della “V Sinfonia” si stempera in estatica spiritualità, mentre l'ultima grande composizione orchestrale, la “IX Sinfonia” (1823), è un grandioso inno alla fraternità e alla gioia di vivere, documento di una solidarietà umana e di una speranza rivoluzionaria che si rivela già nell'assunzione di un testo come L' “Inno alla gioia” schilleriano, divisa, quasi dei democratici del tempo. 
Il testamento dell'artista è però affidato alle ultime cinque “Sonate per pianoforte” (1816-1822) e soprattutto agli ultimi cinque “Quartetti” (1824-1826): le forme classiche tendono in questi ultimi capolavori a spezzarsi, a disgregarsi. I temi perdono quel carattere di incisività e concisione tipicamente beethoveniano e si allungano smisuratamente in un continuo rinnovarsi che non conosce la rottura dei contrasti o il riposo delle ripetizioni. 
La musica di Beethoven e il suo messaggio sono assai vicini a noi: solo Brahms e Wagner, e in un certo senso anche Bartok riescono a cogliere il significato profondo degli ultimi “Quartetti”. 
Sul finire del 1826 una cirrosi epatica e l'idropisia colpiscono Beethoven e lo porteranno in pochi mesi alla morte. 
I resti del musicista sono nel cimitero di Vienna.




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IL MONDO GIRA - Luigi Tenco (Testo e video di Nicola di Bari)


  _IL MONDO GIRA
(di Luigi Tenco - Gian Franco Reverberi) 


Il mondo gira, 
il tempo vola, 
tutti camminano, 
tu resti sola; 
tu resti sola giorno e notte ad aspettare
principi azzurri che non vogliono arrivare.

Non hai capito 
che tra la gente 
non ha più posto 
chi non fa niente; 
anche l’amore non è più quello di ieri, 
non esistono più al mondo dame e cavalieri. 

Lo so che adesso 
non sai che fare, 
t’hanno insegnato 
ad aspettare; 
ad aspettare qualcosa che risolva tutto 
e ti dica che il inondo è bello anche quando è brutto. 

T’hanno fatto credere 
cose sbagliate; 
povere favole, 
sono invecchiate!
Oggi la vita non è più quella di ieri, 
nasce già vecchio il mondo dei tuoi desideri. 

Adesso svegliati, 
devi cambiare, 
hai mille modi 
se lo vuoi fare;
prima di tutto devi scendere dall’alto. 
devi chiudere gli occhi e fare il salto. 

Ti troverai 
fra tanta gente 
che non ti guarda, 
non guarda niente 
e in mezzo a tutti capirai che il tuo domani 
è qualcosa che sta soltanto in te; 
nelle tue mani.
  
  
La canzone Il mondo gira è qui interpretata da Nicola di Bari

   
"Il mondo gira" si tratta probabilmente dell'ultima poesia di Luigi Tenco, tracciata su un foglietto volante in casa di un amico qualche giorno prima della morte. Il testo, non musicato, è stato pubblicato dal quotidiano Paese sera nei giorni successivi al suicidio del cantautore.
Il tema è quello consueto di larga parte della produzione di Tenco (anche "Io vorrei essere là" e la terza strofa di "Ragazzo mio"): l'esigenza di muoversi dal proprio torpore, di agire, di non inseguire sogni di "lontane isole che non esistono", in contrasto con l'incapacità di "chiudere gli occhi e fare il salto" in mezzo "a tenta gente che non ti guarda, non guarda niente".


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mercoledì 28 dicembre 2011

ADDIO PADRE MADRE ADDIO

Goya - I disastri della guerra

     

ADDIO PADRE E MADRE ADDIO



Addio padre e madre addio,
che per la guerra mi tocca di partir,
ma che fu triste il mio destino,
che per l'Italia mi tocca morir.

Quando fui stato in terra austriaca
subito l'ordine a me l'arrivò,
si dà l'assalto la baionetta in canna,
addirittura un macello diventò.

E fui ferito, ma una palla al petto,
e i miei compagni li vedo a fuggir
ed io per terra rimasi costretto
mentre quel chiodo lo vedo a ventr.

" Fermati o chiodo, che sto per morire, 
pensa a una moglie che piange per me ", 
ma quell'infame col cuore crudele 
col suo pugnale morire mi fé.

Sian maledetti quei giovani studenti
che hanno studiato e la guerra voluto,
hanno gettato l'Italia nel lutto
per cento anni dolor sentirà.
  


     
Una fra le più diffuse canzoni della prima guerra mondiale, raccolta in tutto il Nord Italia. Testo e musica di una fra le varianti più belle, la stessa che qui ho riportato, sono in Roberto Leydi - I canti popolari italiani.
La versione di Cologno al Serio (Palma Facchetti) è registrata nel LP Addio padre; un'ottima esecuzione ricalcata è quella di Sandra Mantovani in Il povero soldato.
Una canzone dal titolo Finalmente la guerra è finita, con molti elementi in comune con Addio padre e madre addio è riportata in esecuzione originale (Egidio Broglio ed Ermes Rossi, osteria di Bizzolano, Canneto, Mantova) ne I giorni cantati, ricerche, riproposte, verifiche del Gruppo padano di Piadena a cura di Gianni Bosic) (Dischi del Sole).


DOCUMENTAZIONE

Riporto una scelta di sentenze di tribunali militari della I guerra mondiale (da Forcella e Manticone - Plotone di esecuzione - Laterza, Bari 1972); sono la testimonianza della reazione popolare di fronte alla “inutile strage” (750.000 fra morti e dispersi, più di un milione di invalidi permanenti, per conquistare un territorio di qualche decina di migliaia di abitanti).
Per un approfondimento critico, consiglio di consultare anche il volume di G. e E. Garrone - Lettere e diari di guerra 1914-1918, Garzanti, Milano 1974.

1. « La sera del 26 maggio ultimo scorso, reparti del 141° fanteria occupavano le posizioni di Monte Mosciagh (Altipiano di Asiago, alcuni disposti in primissima linea, altri, che avevano partecipato a violenti combattimenti nella mattinata, attendati in riposo nelle vicinanze immediate della prima linea. Fra i reparti attendati era la 4° compagnia a cui appartiene la grande maggioranza degli attuali accusati. Verso le ore 19 del giorno suddetto, si scatenò sul Mosciagh un violentissimo uragano accompagnato da furiosa grandinata, e di ciò approfittò il nemico per attaccare con irruenza. In un tratta della prima linea si determinò del panico; gruppi di soldati fuggenti si abbatterono urlando sulle linee retrostanti, mentre alcuni graduati gridavano: « Ritiratevi! scappate! se no ci fanno prigionieri! ». Dei carriaggi d'artiglieria, i cui cavalli s'erano imbizzarriti per l'uragano, piombarono con impeto travolgente tra le tende. Tutto ciò determinò lo sbandamento di qualche centinaio di soldati che si sparpagliarono per i boschi vicini. Di questi soldati molti furono subito raccolti, riuniti, ricondotti in linea, ma parecchi si dispersero e solo il mattino seguente o spontaneamente od arrestati dai RR.CC. ritornarono al reparto.
Il comando del reggimento (in conformità anche alle superiori disposizioni) per dare un esempio che servisse di ammonimento alla massa, nell'intenta salutare di impedire che simili fatti si ripetessero compromettendo la sicurezza stessa delle truppe e macchiando il buon nome del glorioso reggimento, faceva passare per le armi un sottotenente, tre sergenti ed altri otto militari di truppa, tra gli sbandati, deferendo altri settantaquattro a questo Tribunale di guerra, di cui sessantasei sono oggi portati a giudizio,- i quali tutti si trovarono nelle circostanze suesposte e allo stesso modo si comportarono...
Quanto alla pena da irrogarsi ai colpevoli (tenuta canto del concesso beneficio della semi-infermità mentale) il collegio stima congrua quella di tre anni di reclusione militare per i graduati e quella di anni due di reclusione militare per i soldati, potendosi così (in base alle provvide disposizioni emanate dal comando supremo sulla sospensione dell'esecuzione delle sentenze portanti condanne non superiori ai tre anni) rimandare al reggimento e mettere sulla via della riabilitazione dei soldati, che se pur colpevoli danno a bene sperare per il loro ottimo passato, tanto più che avranno il costante e terribile monito dell'esemplare punizione inflitta ai loro compagni, maggiormente colpevoli nel doloroso episodio che condusse all'attuale giudizio. »

2. « Il 7 luglio 1916 il soldato P. G. spediva dalla zona di guerra al proprio padre una lettera in cui si diceva fra l'altro quanto segue: "Abbiamo dovuto fermare il fuoco per forza che i cannoni per il gran caldo sono guastati nelle rigature, all'interno dell'anima, sicché adesso hanno rimasti con due cannoni soltanto. La nostra batteria ne ha toccato, così siamo rimasti con due. Altre due batterie di campagna sono rimasti senza del tutto - hanno dovuto portarli fuori di combattimento tutti. Le batterie da fortezza ne hanno guastate 10 cannoni anche loro. Abbiamo del gran danno, dei grandi guasti sulle armi. Se facciamo un altro combattimento finite a quelle restiamo senza del tutto. E quello non è niente a confronto di tanti morti, di circa 30000 - per guadagnare 4 pietre e 4 boschi... Se non finisce queste cose si diventa matti. Con i lavori che si fa a tribolate si va fuori con la testa di tutto. Mangiare poco e male... il pane duro e pieno di muffa, la carne congelata che viene dalla America che sfocessa un ghiorno - lasciare mangiare i soldati come le bestie... pane che ha tre quarti di farina e porcherie e una di frumento: mettono dentro una biada in modo che viene duro come se fosse dì cemento. Siamo sani per miracolo. Secchi, magri senza far la barba e sporchi come le bestie. Altro che  i giornali che parlano che i soldati al fronte stanno bene, mangiano e bevono. Vorrei farli provare un giorno o due ai Signori d'Italia che ridono al caffè quando leggono sul giornale Vittorie dei soldati italiani... se provassero, se vedessero un minuto sola le cose che toccano ai poveri soldati, scapperebbero sotto terra..." [Un anno di reclusione, lire 200 di multa]. »

3. « Il R. V. spediva dalla zona di guerra il 18 luglio 1916, una lettera a tale F. C. in cui, fra le altre, si leggono le frasi seguenti: "Non so se avrai ricevuto le lettere perché le censurano, e le scassano tutti gli scritti: per non far sapere i disagi e le perdite che si fanno nelle file e gli errori che commettono i nostri superiori... Nella mia compagnia eravamo 250 uomini. Dopo essere stata rinforzata 6 o 7 volte di venti, trenta, quaranta e fino cento per compagnia, il giorno 6 luglio eravamo rimasti appena ottanta persone, e dei venti partiti da Pistoia, nel mio plotone che erano tempo fa 65 soldati, oggi compresi i caporali e caporalmaggiore siamo rimasti in quattordici. Dunque immaginati che è successo in questi giorni - sono stato due giorni in aspra lotta, ove avemmo decimato il secondo battaglione del mio reggimento... Ma la guerra è ancora lunga e si deve concludere la pace sul nostro fronte e quello Russo, allora certo che la pace non verrà mai e si deve venire ancora a lungo tanto da sospirare e se non si muore oggi si muore domani, perché cara mia scamparla in questa, scamparla in questa altra e dagli un mese e dagli due, dagli cinque dagli dieci e dagli dodici e quattordici, poi un giorno bisogna cadere e non si puole sfuggire, perché la storia e troppo lunga e mi è venuta a noia, io non sento più nulla e qualche giorno vado nel carcere e finisco di tribolare e di far guerra... Non credevo mai che questa guerra volesse essere così lunga e così sanguinosa e neanche disgraziata. Così se non era questa maledetta guerra, avevo quasi terminato il mio servizio..." [Un anno e mezzo di reclusione] ».

4. « Il F. R. altra volta condannato dal Tribunale di guerra dell'VIII corpo d'armata il 15 gennaio 1917 per insubordinazione, l'11 e il 15 aprile 1917 in zona di guerra, con discorsi ed espressioni atte a persuadere tentava indurre i soldati a fare uso della forza per far cessare la guerra.
Il P. R. ha ammesso in udienza di aver profferito parole contro la guerra e che potevano anche interpretarsi come istiganti a rivolta, pur non avendo avuto per nulla tale intenzione.
I testi chiamati all'udienza hanno confermato che questo F. R. è un pessimo soggetto militate, contrario alla guerra e tale da essere molto dannoso se tenuto fra i soldati, perché, discreto parlatore, riesce coi suoi discorsi ad infiltrarsi nell'animo di elementi ignoranti.
All'udienza ha pure tenuto un contegno manifestamente antimilitarista, dichiarando con franchezza e chiarezza di essere contrario alla' guerra [22 anni di reclusione],»

5. « Nella lettera censurata, diretta dal V. D. S. al padre, egli incarica il padre di dire che "la guerra è ingiusta, perché è voluta da una minoranza di uomini i quali, profittando della ignoranza della grande massa del popolo si sono impadroniti di tutte le forze per potere soggiogare, comandare e massacrare; che chi fa la guerra è il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono, sono essi i sacrificati, mentre gli altri, i ricchi, riescono a mettersi al sicuro". E più giù si contengono torbide minacce: "Potete dire che stiano attenti a non darsi l'accetta sui piedi, che non abusino troppo di questo mulo (testardo perché non capisce) che è il popolo; che se arriva a capire il nocciolo della quistione, salteranno in aria loro e tutti i loro denari..."'. Ed ancora: "ditegli che la guerra per il popolo significa aumento stragrande di miseria, significa fame, significa morte, e null'altro". »

6. « Nell'ottobre 1917 e posteriormente facendo tra i militari propaganda per la conclusione della pace, raccogliendo offerte destinate a sovvenire un giornale che notoriamente propugnava la pace a ogni costo, tentava di togliere alle truppe la necessaria forza di resistenza per agire e per difendersi contro il nemico.
G. E. è dichiarato colpevole del reato ascrittogli di tradimento a norma del capo di imputazione, con circostanze attenuanti [Ergastolo]. » 

8.« La censura sequestrò una lettera diretta dalla zona di guerra il 12 dicembre 1917 dal soldato F. P. G. al proprio zio. In essa si trovano scritti i seguenti periodi: "A proposito di quello che voi mi dite di combattere sino all'ultima stilla, questo tutto sta bene, ma capirete caro zio, che il soldato italiano ha fatto troppo fino ora, perché non c'è nazione che tratta il soldato male come l'Italia. Di più bisogna capire che questa ritirata non viene dal soldato, la causa è dei cani più grossi. Ora immaginate voi che amore può avere il soldato nel credere che non è una guerra di liberazione, tutto quello che si vede è un gran macello... Io non desidero altro che la pace, ma per questa ritirata non fa frettate la pace... che il giorno d'oggi tutti hanno capito che significa avere la forza in mano e non farne uso. Vi spiego io che cosa si vuole a termine della guerra. Ha termine della guerra vogliamo una repubblica sociale e rivoluzionaria. E si metterà a posto quei vili quei infami traditori del suo popolo" [ 1 anno di reclusione]. »

8. « In data 2 febbraio 1918, il B. D. scrisse e spedì al proprio padre residente a ***, una lettera in seguito censurata dalle competenti autorità contenente le seguenti frasi che avrebbero potuto deprimete lo spirito pubblico e diminuire la resistenza del Paese: "In Italia sono una massa di sfruttatori, ma ci renderanno conto un giorno alla fine di questa vigliacca guerra... finora vi scrissi sempre bene per darvi coraggio, ma ora sono arrivato ad un punto che devo sbottonare la camicia del collo... finora sono stato bugiardo che erano tutte bugie... ci danno un mangiare che manco le bestie lo guardano... sono stanco di questa guerra e non c'è nessun principio di pace... quando non possiamo più ci getteremo a terra... ma state pur certo che io non muoio per questa schifa d'Italia" [5 anni di reclusione, 500 lire di multa]. »

9. « Il 16 marzo 1918 in zona di questo corpo d'armata presso reparti di prima linea, il P. F., rivolse ai soldati della 1486a compagnia mitragliatrici Fiat le seguenti istruzioni: "Per andare a casa dovremo fare così: abbandonare le armi e andarcene; e agli ufficiali che ce ne chiedessero ragione rispondere che si agirebbe così per ordine di noi stessi; e se volessero fare qualche cosa, sarebbe facile metterli a posto", tentando di togliere in tal modo ad un reparto dell'esercito operante il mezzo di agire contro il nemico, e facilitando con ciò al nemico il il modo di meglio difendersi e maggiormente nuocere.
In pubblica udienza, l'accusato ha ammesso il fatto a lui addebitato [Contadino ventiduenne, incensurato. Condannato a morte]. »

10. « Il 27 giugno 1918 il sergente V. A. spediva dalla zona di guerra e all'indirizzo della signorina G. V., sarta, una lettera scritta con inchiostro simpatico ed intercettata dalla censura nella quale così si esprimeva: "Qui la guerra va molto a lungo e non si può sopportare. È un macello completo del mio plotone... sono rimasti 5 di 42... non so che santo mi ha salvato in questi giorni... Ho capito che qui si tratta di far macellare la povera gente e per questo si fa la guerra... quando è l'ultimo siamo chiamati stupidi pure che abbiamo fatto tanto, chi l'ha capito si è già dato da fare e chi ha voluto la guerra resta a casa sua, oppure imboscato, i poveri stupidi si trovano qui a combattere..." ecc.; e continua in altro punto: "A me interessa più di tutto la vita... chi è morto non risuscita più. Io appena mi capita l'occasione fo il pazzo così tento di essere riformato... la guerra è molto lunga... neanche per il 1920 finisco ed io cerco di farla finire al più presto. Qui parlano ancora oltre di quello che hanno perso, vogliono ancora Trento e Trieste..." [6 anni di reclusione, lire 2000 di multa, rimozione dal grado].


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BEETHOVEN, solo con la sua musica (It is only with his music)


   
Ludwig van Beethoven, compositore tedesco, nato a Bonn nel 1770, si trasferì a Vienna nel 1792 e qui vi morì nel 1827.
Ebbe vita travagliata, tormentata dalle ristrettezze economiche, dall'incomprensione del pubblico e dalla sordità.
Rappresenta l'anello di congiunzione fra l'indirizzo classico ed il nuovo gusto romantico. Celeberrime le sue nove sinfonie e l'opera “Fidelio”.


Probabilmente nessun artista ha acceso la fantasia degli uomini al pari di Beethoven.
Sono stati scritti su di lui innumerevoli libri; la vita è stata descritta a grandi linee, in drammi ed films.
Come si spiega l'eccezionale risonanza della sua personalità ?
Dipende essa dal fatto che in  ciascuno di noi esiste una corda che la musica di Beethoven fa vibrare?

Oppure ha egli espresso ciò che tutti noi sentiamo?
O forse noi tutti ne ammiriamo l'impresa sovrumana, l'indomabile volontà, la forza titanica che attraverso una lotta perenne creò proprie leggi di vita; riviviamo la tragedia che sconvolse quest'essere disperato?
La sua opera è in primo luogo caratterizzata da due elementi: libertà e solitudine.

Per giungere alla libertà, Beethoven dovette ribellarsi; per non soccombere alla solitudine dovette gettare in dono all'umanità il suo cuore traboccante d'amore,

La musica di Beethoven fu scritta per tutto il popolo, non più per una casta.

Egli si propose di porre in musica i sentimenti e le passioni di tutta l'umanità...
Fu il primo a scrivere musica esattamente come la sentiva, a calpestare senza esitazioni le regole teoriche ogni volta che gli sembrava necessario per estrinsecare i suoi pensieri.
Le sue opere furono ispirate a problemi profondamente umani, assai lontani da quelli che avevano caratterizzato l'era delle parrucche incipriate (il Settecento, secolo della grazia, ma vuoto di vita morale; secolo che vagheggia un mondo idillico e lontano dalla realtà).

Dopo la prima crisi, che lo portò alle soglie della pazzia, vicinissimo al suicidio, ebbe inizio la lotta contro la sorte, l'eroica resistenza contro il gorgo della disperazione.
La sorte gli riservò la vittoria più completa: la sua stessa opera. Per quanto quanto inconcepibile possa sembrarci, quasi tutte le composizioni di Beethoven, eccezion fatta per alcune giovanili, sono opera di un sordo.

"Sono felice soltanto quando riesco a superare una difficoltà...", scrisse nel suo diario; ma la crescente solitudine che si alzava attorno a lui come una muraglia in valicabile fu una prova spaventosa.

Come tutti i grandi solitari, egli provò lo straziante desiderio di confidarsi al prossimo e accumulò in sé un oceano di sterile amore.
Come tutti i grandi solitari  Beethoven amò di profondo amore la natura, che sotto molti punti di vista sostituì per lui la religione...
Lunghe passeggiate lo portarono nei verdeggianti dintorni della città di Bonn dove egli trovò pace e ispirazione lontano dagli uomini …

La Sinfonia pastorale (è la sesta sinfonia, eseguita a Vienna nel 1808, per la prima volta) riassunse il suo amore per la natura in un grandioso quadro descrittivo, del tutto nuovo a quell'epoca; ma non dimentichiamo che le voci del bosco, il mormorio del ruscello cui si alterna il canto degli uccelli, non furono una diretta esperienza o una lieta impressione, ma il malinconico ricordo del tempo felice in cui il suo orecchio percepiva ancora quei suoni...

Di anno in anno la sofferenza di Beethoven si aggravò, la sua solitudine si accrebbe.

Le guerre napoleoniche avevano portato grandi mutamenti nella vita viennese, l'alta aristocrazia aveva seguito l'imperatore in esilio, e la svalutazione che segue infallibilmente tutte le guerre determinava lo sfacelo di molti capitali.
Dati i contatti di Beethoven con gli aristocratici, questi fattori incisero anche nella sua vita.
La stessa morte, del resto, aveva già aperto più di un vuoto nella cerchia dei suoi amici.
Ai nuovi ricchi - anch'essi caratteristici prodotti di anni turbolenti - occorreva tempo prima di giungere al livello culturale dell'antica classe dirigente.
Il popolo, più che mai avido di musica, andava pazzo per l'opera italiana da un lato e per il nuovo valzer dall'altro.

Rossini, giunto a Vienna, si recò a visitare Beethoven: trovò un uomo stanco, sordo, amareggiato, che sembrava persino rimproverare al visitatore italiano di essere stato festeggiato per le strade come un trionfatore...
La miseria si insedia nella casa di Beethoven.
Beethoven è il vero ponte fra il rococò musicale, al quale le sue prime opere appartengono ancora, e il romanticismo, il cui contenuto determina nuove forme.
Beethoven è qualche cosa di più: non si limita ad ampliare la forma sinfonica, a includere la voce umana in una forma strumentale fino a quel momento pura, a crea re una nuova tecnica pianistica, ad accrescere o diminuire arbitrariamente le frasi di una forma ciclica.
I suoi ultimi quartetti, testimonianza di un altro mondo, precorrono dal punto di vista musicale la completa rinuncia all'armonia, alla melodia e al ritmo, maturata nel ventesimo secolo...
Le sue annotazioni ci danno tristi notizie del malumore dei copisti non pagati, della continua lotta col personale di servizio, che a quei tempi egli cambiava tutte le settimane, dei dispiaceri procuratigli dalla tutela di un nipote, delle cento contrarietà e difficoltà, della diffidenza nei riguardi di tutti coloro che lo circondavano, degli imbarazzi economici, del problema dell'abitazione, delle malattie...
I manoscritti di Beethoven sono forse i più interessanti che ci abbia lasciato un grande musicista.
La lotta veramente titanica che Beethoven combatté con se stesso per esprimere le sue idee, per la purezza dello stile, per l'estrinsecazione di tanti indicibili sentimenti, ha lasciato una traccia nelle migliaia di albi da lui tempestati di note.
Ma le stesse mani (Beethoven è autore di un diario) che giorno per giorno ci informano di queste miserie, scrivono pagine su pagine di creazioni musicali.
Ciascuna di quelle pagine spezza una catena della tradizione, ciascuna apre nuove vie...

Non è esagerato affermare che Beethoven ha scritto ciascuna delle sue opere venti volte, mutando, cancellando, migliorando; che dal primo abbozzo alla stesura finale è rimasto ben poco della forma originale; e che in taluni schizzi neppure una battuta ha avuto grazia dalle letture successive.

Il più grande poeta austriaco, Grillparzer, scrisse l'elogio funebre, che fu letto da un celebre artista drammatico...

"Era un artista, ma anche un uomo: in ogni senso e nel più alto dei sensi. Lo dissero misantropo perché si era appartato dal mondo; lo dissero insensibile perché rifuggiva dalle manifestazioni del sentimento. No, chi sa di essere duro non fugge; le sottili insidie del sentimento si spuntano o si piegano contro di lui. L'eccesso di sensibilità fa temere le sensazioni. E Beethoven fuggì il mondo perché nel suo animo pieno d'amore non trovò un'arma capace di opporglisi. Si allontanò dagli uomini dopo aver dato loro tutto e non averne ricevuto nulla. Fu un solitario perché non trovò un secondo io. Ma sino alla tomba considerò gli uomini con cuore umano e paterno, e provò benevolenza e amore per tutti”.

IL CARROZZONE - Renato Zero (Testo e video)



          _____Il carrozzone è uno dei brani più famosi cantati da Renato Zero; scritto nel 1979 da Franca Evangelisti e Piero Pintucci, due anni dopo venne inserito nel doppio album dal vivo Icaro.
Il cantante ha realizzato una versione spagnola della canzone intitolata "La carroza".


IL CARROZZONE 


Il carrozzone va avanti da sé, 
con le regine, i suoi fanti, i suoi re… 
Ridi buffone, per scaramanzia, 
così la morte va via 
Musica, gente, cantate che poi 
Uno alla volta si scende anche noi… 
Sotto a chi tocca… in doppiopetto blu 
Una mattina sei sceso anche tu! 
Bella la vita che se ne va… 
Un fiore, un cielo, la tua ricca povertà 
Il pane caldo, la tua poesia… 
Tu che stringevi la tua mano nella mia! 
Bella la vita, dicevi tu 
È un po' mignotta e va con tutti, sì però… 
Però, però…proprio sul meglio, t’ha detto no! 
E il carrozzone prende la via, 
facce truccate di malinconia.. 
Tempo per piangere, no, non ce n’è, 
tutto continua anche senza di te.. 
Bella la vita che sene va… 
Vecchi cortili dove il tempo non ha età, 
i nostri sogni, la fantasia … 
ridevi forte e le paura era allegria! 
Bella la vita, dicevi tu, 
e t’ha imbrogliato e t’ha fottuto, proprio tu!!! 
Con le regine, con i suoi re, 
il carrozzone va avanti da se…



   
Renato Zero, pseudonimo di Renato Fiacchini, è un cantautore, cantante, showman, ballerino e produttore discografico italiano, nato a Roma il 30 settembre del 1950.
Si è affermato intorno alla metà degli anni Settanta con un repertorio di canzoni caratterizzate da motivi musicali orecchiabili, ma imperniate su temi provocatori e, talvolta, esistenziali.
Il suo atteggiamento anticonvenzionale, durante i concerti o nelle apparizioni televisive, si è fin da principio espresso anche attraverso costumi volutamente ambigui e variopinti.

Tra i suoi album più riusciti ricordo...

Zerolandia(1977)
Ero Zero (1978)
Tregua (1979)
Icaro (1981)
Leoni si nasce (1984)
Zero (1987)
Voyer (1989)
Quando non sei più di nessuno (1993)
L'imperfetto (1994)
Sulle tracce dell'imperfetto (1995)
Amore dopo amore (1998)
Tutti gli Zeri del mondo (2000)
Presente (2009)


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3 - MUSICA PROFANA – LA SCUOLA FIAMMINGA (Secular music - The Flemish School)


Guillaume Dufay (a sinistra) e Gilles Binchois, miniatura da Le Champion des Dames di Martin le Franc, 1442



       
Nel 1400 presso la corte del ducato di Borgogna si formò la scuola fiamminga che fuse in una sintesi originale gli elementi dell'ars nova e definì le forme del mottetto, della messa e della chanson.
Iniziatore di questo movimento musicale che portò la tecnica vocale ad un alto grado di sviluppo e contribuì all'evoluzione del contrappunto fu Guillaume Dufay (1400-1474). Molti musicisti fiamminghi lavorarono in Italia, dove per tutto il secolo continuò la produzione di canti profani e popolari come la villotta, lo strambotto, la frottola, i canti carnascialeschi (eseguiti in occasione del carnevale a Firenze e i cui testi descrivono le diverse attività lavorative) e la canzone a ballo.
In questi canti la polifonia era molto semplice: una sola voce tendeva ad emergere sulle altre..., una funzione di accompagnamento veniva anche affidata al liuto.


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2 - MUSICA PROFANA (Secular music) - ARS NOVA


Machaut (a destra) riceve Nature e tre dei suoi bambini, da una illustrazione di un manoscritto parigino del 1350



   
Gli avvenimenti politici e sociali del Trecento ebbero come conseguenza un più stretto contatto fra i musicisti europei che gradualmente si emanciparono dalla Chiesa. 
Inoltre il rinnovato interesse per gli studi matematici indusse gli studiosi ad occuparsi dei problemi della teoria e della notazione musicale. 
Un gruppo di teorici francesi diede vita al movimento dell'Ars nova (dal titolo del trattato pubblicato da Philippe de Vitry nel 1320) che rifiutava le regole dell'ars antiqua e si dichiarava a favore della notazione mensurale (sviluppatasi nel XIII secolo e grazie alla quale si potevano definire con precisione i rapporti di valore fra le note) e delle nuove forme musicali. 
I musicisti dell'ars nova preferirono i generi profani (rondeau, ballata, virelai, lai) a quelli liturgici e fra le varie forme musicali predilessero il mottetto.

Il musicista che, meglio interpretò l'ars nova fu Guillaume de Machault (1300-77), poeta e compositore, autore di mottetti laici e profani e della Messa di Notre-Dame.
Le teorie della nuova arte si diffusero anche in Italia nella seconda metà del secolo.
Le forme adottate dai musicisti italiani furono il madrigale, la caccia e la ballata.


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1 - MUSICA PROFANA (Secular music)





Nell'alto Medioevo ci fu una fioritura di canti profani in latino di cui però restano scarse testimonianze a causa dell'accanita persecuzione da parte della Chiesa. 
I testi di questi canti prendevano spunto dall'attualità politica e civile ed erano destinati all'intrattenimento. 
Il principale documento pervenutoci è la raccolta di canti goliardici dei Carmina Burana (ritrovati nel chiostro benedettino di Beuren, in Germania) risalente alla prima metà del XIII secolo e scritti in un latino che risente delle influenze delle lingue volgari.
In Francia e in Germania fiorì la canzone profana in volgare ad opera dei trovatori, dei trovieri e dei Minnesänger che fecero della canzone un'arte colta e raffinata. 
L'uso della lingua volgare comportò una modificazione della tonalità e del ritmo che iniziò ad emanciparsi dall'intonazione. 
La produzione musicale italiana di questo periodo ha carattere popolare e trova la sua maggiore espressione nella lauda, canzone in lingua volgare di argomento religioso, sviluppatasi dai canti delle confraternite laiche penitenziali. 
Fra gli autori di laudi ricordo il poeta Iacopone da Todi.

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