domenica 13 novembre 2011

GIUSEPPE VERDI (Oberto, Il Rigoletto, Nabucco, Il Trovatore, La Traviata, Aida, Otello, Falstaff)


  
La prima rappresentazione della nuova opera s'avvicinava e l'ansia del tenore cresceva: sullo spartito l'aria principale dell'ultimo atto era ancora in bianco.
"L'ho già scritta" lo rassicurava calmo il compositore "ma se trapela alle prove, tutta Venezia la canterà prima che s'alzi il sipario sul 'Rigoletto', e la gente dirà che l'ho copiata".
Perciò, soltanto all'ultimo momento la melodia fu affidata al tenore: una melodia tanto leggera e inebriante ch'egli l'imparò subito a memoria. E fu il più grande successo della serata. Quando l'autore, calcatosi in testa il cappello a cilindro e afferrato il bastone, uscì dal teatro, i gondolieri nella dolce serata di maggio cantavano già "La donna è mobile". Oggi, dopo un secolo, il motivo è ancora fresco e scintillante come quando scaturì dal cervello del più popolare creatore di melodie che sia mai esistito: Giuseppe Verdi.
  
   
Cosa fu a far zampillare questa sorgente immortale di musica dalla pianura della Val Padana, da un solido ceppo di contadini?
Carlo Verdi aveva un'osteria alle Roncole, una frazione a un bivio della strada comunale; e lì, il 10 ottobre 1813, gli nacque un figlio.
Come per tutti i grandi musicisti, il suo talento fu precoce e si rivelò la prima volta a quattro anni quando seguiva come un cagnolino un violinista ambulante a nome Bagassett.
"Dovreste farne un musicista" disse Bagassett all'oste, e Carlo Verdi portò a casa una vecchia spinetta sgangherata per il suo Beppino.
Un accordatore del paese la riparò gratuitamente, un maestro di musica dette a Beppino le prime lezioni, e a 12 anni il ragazzetto era organista nella chiesa delle Roncole. A cinque chilometri c'era la cittadina di Busseto e, affinché potesse frequentarvi la scuola, il giovane Verdi vi fu mandato ad abitare in casa d'un ciabattino. Ma ogni domenica, tra il fango o la polvere, tornava alle Roncole per guadagnarsi qualche soldo al vecchio organo ansimante; era un ragazzetto pallido e mingherlino, dagli occhi grigi, per il quale il cielo della pianura padana racchiudeva melodie che nessun altro udiva.

La musica è nell'aria, in Italia, e tanto appassionato di musica era Antonio Barezzi, un liquorista di Busseto, che egli dette lavoro al giovane Verdi soltanto in virtù del suo talento musicale. Gli fece anche studiare i classici con il prete e musica con Provesi, organista della cattedrale. Ben presto il ragazzo andò ad abitare in casa Barezzi, dove aveva a disposizione la biblioteca e la compagnia di Margherita, la figlia maggiore, una ragazza dalle mani delicate e dai grandi occhi neri scintillanti. Con Beppino sonava a quattro mani o leggeva poesie. I buoni genitori Barezzi osservavano sorridendo i due giovami, ma non osavano mostrare d'accorgersi di quell'amore che sbocciava inconsapevolmente sotto i loro occhi.

A 18 anni il giovane musicista fu consigliato di proseguire gli studi al Conservatorio di Milano. Con la promessa d'una borsa di studio che il Monte di Pietà di Busseto assegnava agli studenti meritevoli, Giuseppe parti pieno di speranze. All'audizione i giudici non videro in lui che un giovane impacciato in cui tutto sembrava fuori posto: gli abiti, la posizione della mano sulla tastiera, l'età, il luogo di nascita. Perciò respinsero il più grande musicista che avesse mai bussato alla loro porta (e in seguito ripararono al torto ribattezzando la scuola Conservatorio Giuseppe Verdi!).
Benché profondamente avvilito, Verdi fu addolorato meno per sé che per coloro che avevano creduto in lui. Ma Provesi, seppe, lo credeva ancora destinato a grandi cose, la borsa di studio era ancora a sua disposizione, Barezzi voleva ancora aiutarlo. Perciò rimase a Milano a studiare con un maestro privato, Lavigna.
Milano era la capitale dell'opera, non soltanto dell'Italia, ma del mondo intero; qui c'erano i migliori cantanti, i direttori d'orchestra, i compositori gareggiavano alla Scala, massimo tempio dell'arte lirica.
Al tempo di Verdi l'opera, nata in Italia sul finire del Cinquecento, era la passione del popolo. Ognuno aveva i suoi favoriti fra le compagnie di canto, i divi, i compositori. Per soddisfare quest'entusiasmo inestinguibile, gli impresari dovevano mettete in scena decine e decine di nuove opere ogni anno.
  

  
Tornato a Busseto dopo tre anni, Verdi vi ottenne il posto di Maestro di Musica della cittadina e la mano di Margherita Barezzi, la sua amica d'infanzia. Quindi gli nacque una bambina, Virginia; e poi, nel 1836, compose la sua prima opera, “Oberto, conte di San Bonifacio”.

Poi la tragedia si abbatté sulla felice famigliola di Busseto: Virginia luce della vita paterna, morì nell'agosto del 1838, un mese giusto dopo la nascita del fratellino Icilio.
In settembre Verdi si trasferì a Milano con la moglie e con il figlioletto, e a Milano si adoperò per interessare alla sua opera Merelli, l'impresario della Scala. Ma Merelli era un uomo occupatissimo, assediato dai giovani compositori. Frattanto Verdi si procacciò da vivere come poté, dirigendo cori e bande musicali, scrivendo marce e musica da chiesa, orchestrando. La giovane coppia sgomberò in una casa più a buon mercato; Margherita impegnò i suoi pochi gioielli per pagare l'affitto. E nessuna risposta veniva da Merelli.
Nel triste autunno del 1839 Icilio mori.

Ma per Verdi prostrato dal dolore un'amica aveva lavorato. Giuseppina Strepponi, la giovane soprano della Scala, dal cuore caldo come la voce, convinse Merelli che “Oberto” meritava d'esser rappresentato.

Messa in scena per la prima volta nel novembre del 1839, l'opera ebbe un moderato successo, e l'impresario offri a Verdi un contratto per altre tre opere, a buone condizioni. Ma nel 1840, Margherita, sfinita dalle ansie e dai dolori, si ammalò gravemente. Le guance da tempo troppo pallide, ardevano d'un rossore malsano.
"Febbre cerebrale" sussurrò il medico. Quelle parole fecero accorrere il padre al capezzale della figlia. La breve gioia di Margherita nel rivedere il babbo fu troncata dall'agonia, ed ella morì fra le braccia del marito adorato.

E la vittima di questa triplice tragedia era obbligato per contratto a finire un'opera comica!
Tenne fede coraggiosamente al suo impegno, ma lo spettacolo risultò ben poco allegro e fu accolto con fischi, lanci di pomodori e risate di scherno, che al giovane addolorato dietro le quinte parvero crudeli come ululati di lupi.
"Non comporrò mai più" giurò a se stesso.

Per lunghi mesi nessuno lo vide; sembrò essersi rintanato come una bestia ferita. Poi, una sera di dicembre, Merelli riconobbe la figura solitaria del giovane che camminava curvo contro la neve sospinta dal vento. L'impresario trascinò Verdi nel suo ufficio e gli fece accettare per forza un libretto che, tornato a casa, Verdi gettò con amarezza sul tavolo. Ed ecco che da quelle pagine rifiutate un verso gli saltò agli occhi: “Va', pensiero, sull'ali dorate”.
  

  
Verdi si fermò un istante, prese in mano quel libretto: un dramma su Nabucodonosor, il Re di Babilonia che aveva ridotto gli Ebrei in schiavitù. Verdi vi vide subito un'allusione velata alla tirannia dell'Austria su molta parte d'Italia. Il poema suscitò nel giovane compositore una passione più grande del suo stesso dolore. Invano, quella notte, attese che giungesse il sonno. Giunse invece, su ali dorate, la melodia. Riaccese la lampada e prese un foglio di carta da musica.

Nabucco” fu rappresentato per la prima volta alla Scala nel 1842 con accenti che presagivano non soltanto un nuovo gigante della musica, ma un'Italia che risorgeva. Nella parte del soprano si levava la voce ardente della Strepponi. Dal tempestoso coro iniziale all'ultimo squillo di tromba, “Nabucco” fu accolto con applausi scroscianti. Quando il profeta Zaccaria cantò Marte ai tiranni stranieri! tutti sapevano che voleva dire l'Austria. La Palestina rimpianta dagli Ebrei nel coro “O mia patria sì bella e perduta” era per quel pubblico l'Italia.




Ormai, appena qualche ufficiale austriaco entrava in un caffè, gli Italiani cominciavano a canticchiare il coro famoso del “Nabucco”. Nelle strade i ragazzetti lo fischiettavano apertamente, gli organetti lo suonavano davanti alle sedi di polizia. Quel canto si diffuse come uno squillo di libertà fino agli angoli più remoti del Paese oppresso.
Come far tacere una melodia? Non si può fermarla alle frontiere, respingerla con le baionette, imprigionarla. Non si può torturarla o fustigarla, rimane libera come l'aria e parla un linguaggio più chiaro delle parole. E le melodie di Verdi sono le più difficili da soffocare perché è tanto facile cantarle. Via via che le opere patriottiche di Verdi scaturivano dalla penna instancabile, le loro arie divenivano inni rivoluzionari. A buon diritto Verdi si meritò il suo appellativo preferito di Maestro della Rivoluzione.

Quei primi 12 anni della sua carriera, Verdi li chiamò gli anni “della galera”, un periodo di lavoro massacrante in cui scrisse, provò e diresse non meno di 16 opere. Senza più vita propria, s'immerse interamente nel mondo abbagliante della finzione lirica, con l'alto cilindro nero posato in terra accanto a sé, la giacca messa da parte per lavorare in maniche di camicia come un operaio, gli occhi sullo spartito o sollevati a scrutare e a criticare, di sotto le folte sopracciglia, qualche minuzia della scena. Non era soddisfatto se non della perfezione; per ottenerla non esitava a far abbassare la cresta a un tenore borioso o a far provare e riprovare una cantante fino a farla piangere di rabbia. L'uomo, più solitario che fosse mai vissuto in mezzo alla folla, aveva soltanto un'intima amicizia: quella con Giuseppina Strepponi, che riusciva finalmente a scaldargli il cuore raggelato.
  

    
Rigoletto” fu l'opera che mise fine agli anni di galera, facendolo ricco e famoso e liberandone lo spirito. Egli compose questo capolavoro - nutrendosi soprattutto di caffè in soli 40 giorni. “Il Trovatore” fu scritto due anni dopo, in 29 giorni.
Già quando provava “Il Trovatore”, era al lavoro su “La Traviata”. L'esile donna perduta era un personaggio realmente esistito: una giovane cortigiana parigina, da poco morta di tisi, alla quale era ispirato il nuovo dramma “La signora dalle camelie”. Su di esso Verdi basò la sua opera. Vi profuse tutto lo scintillio del piacere, tutto il rapimento del vero amore, tutta la disperazione per la morte di Margherita.
Di nuovo, all'ultimo atto, udiamo il medico sussurrare il fatale verdetto alla domestica. Vediamo l'accorrere del padre affranto, l'innamorato pazzo di dolore, la felicità e l'angoscia fuse nel delirio, il calar del sipario sulla morte.



     
La Traviata” era la musica più bella che Verdi avesse scritto fino allora. Fu rappresentata davanti a un eletto pubblico in quel gioiello di teatro che è “La Fenice” di Venezia. E l'opera cadde. Non in silenzio, ma clamorosamente, tra scrosci di risa e fischi interminabili. Il tenore era quasi senza voce, la prima donna grassa, il baritono svogliato. Il dramma era troppo realistico per essere bene accolto da un pubblico abituato ai drammoni di cappa e spada.
Quattordici mesi dopo, “La Traviata” fu ripresentata al pubblico veneziano e gli spettatori, più mobili della donna, l'applaudirono con entusiasmo. Rapidamente conquistò i pubblici di tutto il mondo, e oggi l'eroina del melodramma verdiano è cara al cuore di milioni e milioni di spettatori.

A questo punto, dalle luci della ribalta e dagli applausi, Verdi si rivolse alla realtà della terra che l'aveva nutrito fanciullo. Vicino a Busseto comprò alcune centinaia di ettari di terreno pianeggiante e fertile e qui, lontano da ogni eco del mondo teatrale, si ritirò con la Strepponî, ora sua moglie. La tenuta si chiamava Sant'Agata, e a poco a poco il Maestro, ormai famoso in tutto il mondo, vi ritrovò la sua natura di contadino. In questo “deserto”, come lo chiamava con affetto, Verdi si dette a piantar alberi, a costruire strade, a scavare canali d'irrigazione; portò per primo nella Valle Padana la macchina trebbiatrice e l'aratro a vapore. Avviò un allevamento di bovini su basi scientifiche (impresa di nuovo genere a quei tempi), ed era più orgoglioso delle sue splendide mucche che delle medaglie e delle onorificenze conferitegli dai regnanti.
Quando, nel 1880, una crisi economica causò in Italia molta disoccupazione e la corsa affannosa all'emigrazione in America, Verdi, invece di tagliare le spese, avviò altri allevamenti di bovini nella campagna circostante dando lavoro a 200 uomini.
"Nessuno emigra dal mio villaggio!"... si vantava.

Ogni mattina si levava col sole per recarsi a cavallo sui campi ad osservare i raccolti e il bestiame, a dare istruzioni ai fattori, a giocare con i suoi cani. Non si curava affatto della gran mole di lettere che riceveva e lasciava che se ne occupasse la giudiziosa consorte; accoglieva i cacciatori di autografi con il braccio destro al collo fingendo d'esserselo rotto. Gli amici del mondo musicale trovavano il Maestro cambiato; non più lo sguardo corrucciato in quegli occhi che ora scintillavano d'allegria alle sue stesse uscite giocose. Mangiava con appetito da contadino, gustando il buon formaggio, gli spaghetti e il vino della campagna. Aveva profondamente a cuore il benessere non soltanto della sua provincia e della sua terra nativa, ma di tutto il mondo. Nominato senatore, sostenne alcune leggi importanti per proteggere i diritti d'autore musicali; perché Verdi era un abile uomo d'affari.
    

   
Ora egli poteva scegliere tra le molte idee che tentavano il suo genio. Il Kedivé d'Egitto gli dette incarico di comporre un'opera per il suo nuovo teatro lirico del Cairo. "Aida" fu rappresentata la vigilia di Natale del 1871 dinanzi a un pubblico di diplomatici, di ufficiali e di belle donne europee, frammisti ad Arabi, Persiani, Turchi ed Egiziani, con i loro turbanti ingemmati, e all'harem del Kedivé, le cui mogli, modestamente velate, affollavano tre palchi.
"Tutti" erano presenti, tranne il compositore che si era ostinatamente rifiutato di lasciare Sant'Agata, sia pure per assistere all'applauso trionfale che sali fino alla volta del teatro: Ancora oggi Aida è l'opera “di cassetta” più sicura.

Ora Verdi aveva scritto 25 opere; si sarebbe detto che la sua vita di lavoro fosse compiuta. Quando, nel 1887, La Scala annunziò un'altra opera di Verdi. Ma il compositore aveva raggiunto i 73 anni; era mai possibile che l'antico fuoco ardesse ancora?
Tutta Milano ne discuteva animatamente; dalle prove non trapelava nulla.
La sera della prima rappresentazione la grande sala sfolgorante era gremita; una gran folla era in attesa fuori sulla piazza; nell'orchestra un giovane di 20 anni accordava il suo violoncello: Arturo Toscanini.
Le luci della ribalta s'accesero, si sollevò la bacchetta del direttore, un soffio di musica vibrò dalle corde degli strumenti e il sipario s'alzò d'un tratto sull'Otello.
   

  
Una volta tanto Shakespeare aveva trovato un interprete musicale degno di lui. Dalla tempesta dell'inizio ai cupi accordi finali in cui il Moro proclamava il suo rimorso d'aver ucciso la moglie per folle gelosia, il pubblico ascoltò invaso da una sublime commozione. Questo, il più profondo lavoro di Verdi, rimane per molti l'opera maggiore che sia stata mai scritta.
   

  
Il suo canto del cigno? A 80 anni egli dette al mondo “Falstaff”, prendendo a braccetto Shakespeare ancora una volta. È musica che ride e scherza come se il compositore fosse stato nella sua prima giovinezza.

Ma pur mantenendosi giovane di spirito, Verdi sentiva anche la compassione per i fardelli della vecchiaia. E spesso non c'è vecchiaia più penosa di quella del musicista; uno strumento rotto, abbandonato sulla polvere.
Nel 1899 Verdi fondò una Casa di Riposo per musicisti e artisti di fama. Ne studiò con amore ogni particolare. La Casa di Riposo, che sembra più una dimora signorile che un asilo per i vecchi, è oggi a Milano un monumento vivente all'arte e alla bontà.

Quando il secondo grande amore di Verdi finì con la morte della Strepponi, la fiamma della sua vita languì. Visse solingo gli ultimi stanchi giorni, in un albergo di Milano. Là, il mattino del 27 gennaio 1901, non si svegliò.

Il Senato sospese le sedute in segno di lutto.
Le banche e gli uffici statali furono chiusi in tutta Italia.
Per un mese La Scala sospese le rappresentazioni.
Il funerale dalla chiesa al cimitero fu modesto e senza musica, come Verdi aveva disposto nel suo testamento. Ma il testamento non diceva nulla sulla sua sepoltura definitiva, salvo che dovesse essere nella Casa di Riposo. Così il Maestro fu accompagnato al luogo del suo sonno eterno da un fastoso corteo di militari a cavallo con le spade sguainate e i cavalli piumati, da personaggi regali, da diplomatici risplendenti di decorazioni. E quando un coro di 900 voci, diretto da Toscanini, iniziò il suo canto, mille e mille astanti commossi si unirono al coro in un estremo, addio: Va', pensiero, sull'ali dorate...


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2 commenti:

xena58 ha detto...

Un artista eccezionale..bella recensione

Anonimo ha detto...

gran bel post...
Sonia