sabato 19 novembre 2011

OTELLO e FALSTAFF - I capolavori di Giuseppe Verdi

Ritratto di Giuseppe Verdi - 2004
Olio su faesite cm.60 x 50
Gian Paolo Giovannetti
    
Si tratta delle due ultime opere del grande musicista di Busseto, "Otello" e "Falstaff", scritte in età molto avanzata, per cui ancor più stupefacente appare la loro incredibile perfezione e bellezza.

Fu alla fine del 1885 che Verdi cominciò a scrivere Otello.
A scriverlo, ma non a pensarvi, o a pensarlo.
"Otello" non era, lo sappiamo, il primo incontro di Verdi con Shakespeare.
Questo aveva avuto luogo, profondamente ineguale, nel 1847, a proposito di “Macbeth”.

Un altro incontro era stato lì lì per accadere, ma non si attuò. Verso il 1850, Verdi desiderava comporre un "Re Lear". Indicò il soggetto ad uno dei suoi amici, Somma, poeta e patriota veneto che, poco dopo, doveva essere librettista (così viene chiamato l'autore del libretto di un'opera), questa volta anonimo, del "Ballo in maschera".
Il poema del "Re Lear" fu scritto e presentato a Verdi, che lo ritoccò rimaneggiandolo secondo la sua abitudine al punto di rifarlo, o poco meno. Ma non ne compose la musica sia perché l'ultimo atto non lo avesse mai accontentato, sia che avesse decisamente temuto la grandiosità e la difficoltà del soggetto.

Trentasette e quarantatré anni dopo, ci volle un Arrigo Boito (poeta e musicista padovano, scrisse per Verdi i libretti di Otello e Falstaff) per volere e per sapere finalmente unire Shakespeare e Verdi in due capolavori degni dell'uno e dell'altro (Boito quindi si fece interprete dello spirito dello Shakespeare e di Verdi).
Rendo omaggio all'eminente musicista-poeta, che volle essere soltanto l'intermediario fra un poeta e un musicista più grande di lui.

Vero è che ispirarsi da Shakespeare per ispirare Verdi non era impresa comune; averla compiuta così non è mediocre onore.
Senza Boito, non soltanto l'Otello e il Falstaff non sarebbero ciò che sono, ma non ci sarebbero affatto.

Quella poesia fu la consigliera, anzi la causa di quel la musica, prima di esserne la compagna e l'ornamento.

Due volte ancora, dopo che Verdi si era ripromesso di tacere, due volte Boito, come un giorno mi diceva, fece risuonare il colosso di bronzo (il grande e vecchio musicista viene paragonato ad una grande statua dì bronzo risonante), e i suoni che ne trasse, gli ultimi, furono i più profondi e i più puri.

"Otello" e "Falstaff", "i due capolavori".

Se al di là della forma, penetriamo sino al fondo, sino all'anima della musica, l'Otello e il Falstaff ci appariranno superiori in questo, che sono opere sostenute e composte, opere integrali, unitarie.

Nelle sue opere di un tempo, il Verdi stesso del "Rigoletto”, del ''Trovatore", della "Traviata", non segnava, per così dire, che i punti culminanti.
E' vero che vi accendeva una fiamma. Simile all'antico Apollo, correva sulle vette. Il vuoto, fra le cime, appariva ancora più profondo,
"Otello" e "Falstaff" sono venuti a colmare quel vuoto.

Qui la verità non sì limita più a gettar lampi, a vibrar colpi violenti; tutto è da essa illuminato, tutto ne risuona. Non più lacune o grane, non più azzardi, negligenze od errori.
E non è tutto: la forza che si è ripartita meglio nell'uno e nell'altro capolavoro, vi si è anche affinata.
  
   
Il secondo atto dell'Ottello non si compone che di due lunghe scene fra Otello (il geloso moro di Venezia, protagonista dell'opera) e Jago (il perfido consigliere, che con le sue calunnie spinge Otello ad uccidere l'amatissima e fedelissima moglie Desdemona), ma in esso si sviluppa una psicologia musicale cui Verdi non era ancora mai giunto . . .

Conflitto tra Otello e Jago; nel cuore del solo Otello, altro conflitto.

La musica imita i minimi azzardi e le vicissitudini innumerevoli di questa duplice lotta.

Nessun particolare sfugge alla sua fedele imitazione.

Essa pone in evidenza il contrasto delle due anime; segue il lavorìo e, per così dire, nel senso chimico del la parola, la reazione dell'anima avvelenatrice sull'anima avvelenata . . .

Alla minima parola di Jago, si hanno in Otello sussulti, scatti di sofferenza e di rabbia; in meno che occorra per scriverlo, ecco la voce trasportata sulle vette e ripiombata negli abissi, ecco le corde estreme battute colpo su colpo: ecco l'anima in preda a tutte le oscillazioni del dubbio, a tutte le contraddizioni della follia.

E fino alla fine di questo secondo atto, le due forze che stanno di fronte seguitano ad agire cosi: l'una nasco sta sotto un'impassibile musica, l'altra lanciata attraverso una musica in delirio.

Cantante e declamata, quasi si direbbe parlante, sia pure sommessamente, verbale come melodica, divisa tra le voci e l'orchestra, tra lo stile impetuoso del lirismo
e quello familiare della conversazione, una tale scena mostra chiaramente quel che è divenuto il genio del maestro e quel ch'è rimasto . . .

Un biografo riferisce che, la sera della prima rappresentazione dell'Otello a Milano, quando Verdi fu tornato, come un trionfatore, nel suo appartamento, una nube di malinconia gli passò sulla fronte:
"Mi sembra", disse, "di aver dato fuoco alle mie ultime cartucce.

Oh! la solitudine di Sant'Agata (la villa dove Verdi era solito appartarsi”)! La popolavo sinora di tutte le fantasie che attraversavano la mia immaginazione e che, bene o male, traducevo in musica. Ma questa sera i1 pubblico ha squarciato, posso ben dire con violenza, il velo dei miei ultimi misteri. Non mi resta più nulla".

E siccome gli parlavano della sua gloria, riprese:
"Oh! la gloria! la gloria! la gloria! Amavo tanto la solitudine in compagnia di Otello e di Desdemona! Ora la folla, sempre avida di novità, me li ha presi e non mi lascia più che il ricordo dei nostri colloqui segreti, della nostra cara intimità passata".

Frattanto, sotto le finestre, gli applausi e le acclamazioni infuriavano.

Allora il maestro porse l'orecchio a, con una mossa familiare, sollevando il suo bel volto severo che un sorriso illuminò:
"Amici miei, se avessi trent'anni di me no, vorrei cominciare domani stesso un'altra opera, a patto che Boito me ne fornisse il libretto".
  

  
Non l'indomani, ma tre anni dopo, al termine di un pranzo offerto a Verdi dal suo editore Ricordi, Boito beveva per la prima volta alla salute del "Pancione”, cioè di Falstaff (capitano inglese, distintosi nella battaglia di Azincourt, allegro e simpatico compagno del suo re Enrico V d'Inghilterra; Shakespeare lo descrive come un burlone astuto e millantatore). . .

Rappresentata a Milano nel mese di febbraio del 1893, l'ultima opera di Verdi è la sua opera perfetta.

Per quanto bello, vero e puro sia l'Otello, il Falstaff lo supera ancora...

Il Falstaff è di una perfezione che, realizzata da un musicista di 80 anni, e da un tale musicista, ave va di che sorprendere, per non dire sconcertare.
L'opera è perfetta in ciascuno degli elementi di cui si compone quest'insieme, o meglio quest'ordine, superiore a quello della passione, ma sino allora meno familiare al Verdi, e che si chiamava stile . . .

Ora spiritoso e svelto, il dialogo zampilla e corre via; ora, al contrario, si attarda e, allora, il lirismo si espande.
Il movimento è così salvato dalla perpetuità, che stancherebbe per mezzo dei rallentamenti e delle soste necessarie . . .

Il genio del maestro si moltiplica e si non disperde mai; costantemente, sul pulviscolo sonoro cade un raggio di sole, in cui le migliaia di atomi si riuniscono per formare un unico fascio di luce . . .

Eccoci giunti al termine, o meglio, alla cima.

Abbiamo ben visto, ben mostrato Verdi rinnovato, ma costante, trasfigurato, ma dalla propria luce, che l'età, invece di offuscare, purificò.
Fino alla fine, egli fece ciò che fanno, nelle scienze, nella filosofia, in tutti i campi dell'umano sapere, quelli che vogliono elevarsi più in alto.
Corresse le imperfezioni e gli errori, soppresse gli ostacoli e i limiti; ma ebbe cura gelosa e pia del fondo dell'essere stesso.

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