domenica 13 novembre 2011

Monteverdi e la rinascita del melodramma (L'Orfeo)

Monteverdi e la rinascita del melodramma
  

   
Esistono musicisti, in ogni epoca, per i quali la voce è strumento principe per eccellenza..., il più immediato veicolo di musica.
Questi artisti, se dediti alla composizione, mostrano di preferire quel genere musicale che da oltre tre secoli va sotto il nome di "melodramma".
Nel melodramma la voce spazia nei campi del sentimento, del virtuosismo, del suono fatto personaggio..., i riflessi umani di questa voce s'imprimono ben facilmente nella memoria e nel cuore.

La nascita del melodramma (e della voce melodrammatica, di conseguenza) intorno al 1.600, Firenze, e la "Camerata dei Bardi" ne fu la culla.
Nella ideale fusione tra musica e parola, la musica cominciò a premere sul testo.
Fu ridata validità alla parola trasformandola in canto accompagnato, incorniciato da strumenti.
L'equilibrio raggiunto diede così origine, attraverso la formula del "recitar cantando", a quel tipo di spettacolo che ancor oggi si difende con dignità dagli assalti degli altri e più moderni generi spettacolari.

Grossa rivoluzione, è certo..., la musica usciva dalle chiese e portava la parola cantata, la melodia in ambienti profani.
Dapprima ristretti, aristocratici, questi ambienti diverranno presto (con l'apertura di veri e propri teatri ad un pubblico pagante) decisamente popolari.
Ai primi operisti della "Camerata", al dotto Vincenzo Galilei, a Jacopo Peci, a Giulio Caccini, a Emilio Del Cavaliere, il merito di aver fatto assurgere la voce al rango di protagonista e di aver saputo mantenere le manifestazioni in clima di nobiltà, senza facile ricorso all'oro matto del virtuosismo, e quello di aver preparato la strada, con esperienze da grandi ingegni ricercatori, al genio senza aggettivi..., Monteverdi.

Claudio Monteverdi (Cremona 1567-1643) giunge al melodramma abbastanza tardi, sui quarant'anni, con armi ben affilate, però, a tutti i generi musicali allora in uso.
Madrigalista formidabile, egli sente progressivamente il bisogno di arrivare, dalla pratica delle molte voci o strumenti in movimento (polifonia) alla libertà espressiva della voce accompagnata.
Accoglie lo stile della "Camerata" e mette i puntini sulle i.
Per naturale reazione, Peci e Caccini avevano un poco asservito la musica alla parola..., Monteverdi considera la parola un binario utile al suo modo melodico e scrive L'ORFEO (1607).
Fermiamoci ad osservare quali voci, quali suoni il cremonese abbia dato alla "Favola pastorale" del poeta Alessandro Striglio.

Senza accennare alla magnificenza armonica e strumentale, "vedi" la melodia.
ORFEO, protagonista, voce baritonale con momentanei sconfinamenti nei registri più acuto e più basso, viene ad assumere, anche per questo suo timbro "centrale", un carattere di pieno equilibrio e di virile, sofferta maturità.
Le invocazioni, gli scoramenti, l'amore, le disperazioni, la gioia ne piegano il canto a zone assolutamente nuove per allora..., basta un nulla, una piega vocale a mirabilmente esprimere il sempre vario paesaggio di un'anima.
   

   
Ecco, dunque, il segreto..., "saper" cantare.
Piegare il canto.
Dare curve opportune ad una linea che, ove rimanga schiava di intellettualismi e di convenzioni, è destinata a restar netta e rigida.
Monteverdi conosce la tecnica di queste pieghe e curve..., non ha che da seguir gli impulsi naturali della sua umanissima musicalità.
Applica questa regola nei confronti oltre che di Orfeo, di tutti gli altri personaggi.
Euridice..., Caronte..., la Messaggera..., i Pastori..., ecc..., non sono che tante manifestazioni di un unico senso vocale.
I personaggi nati dal cuore, e da un cuore ben sorvegliato dalla ragione, non hanno bisogno di perdersi in sterili virtuosismi canori e di gridare i loro sentimenti.
L'amore e il dolore sono nell'aria, in ogni angolo della musica.
La banale convenzione, ad esempio, del duetto d'amore (molto cara all'opera dell'Ottocento) è sostituito dal libero incontro dei due protagonisti, Orfeo e Euridice, in atmosfere semplici, umane.

Questi incontri d'amore non sono esasperati dal sensualismo..., il sesso esiste, certo, ma rimane canto, musica..., il dominio dei sentimenti porta Monteverdi ad incontrarsi veramente, nel tempo, con la purezza e la perfezione artistica dei greci.

Ma sarà davvero Grecia ritrovata, come auspicavano gli intellettuali di palazzo Bardi?

Sono piuttosto dell'opinione che la Grecia di Monteverdi sia un poco come l'India di Cristoforo Colombo e che sbarcando dalle sue caravelle il nostro musicista abbia trovato effettivamente qualcosa di nuovo..., non semplice soluzione di problemi artistici personali (come forse cercate), ma un mondo per tutti, regioni affascinanti ed inesplorate da offrirsi in dono alla buona volontà di pionieri altrettanto geniali.


Sta... per sempre....

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