venerdì 18 novembre 2011

GIOACHINO ROSSINI - Vita e opere (Life and works)

   
Con questa pagina vorrei definire la personalità artistica e musicale di Gioachino Rossini, presentandolo come liquidatore della scuola melodrammatica napoletana, piuttosto statica e convenziona le nella definizione dei caratteri e delle melodie; ma lo presento anche come incapace di accettare, nella musica, i suggerimenti e le suggestioni che gli venivano dal romanticismo e da una visione della vita, ormai sostanzialmente cambiata.

Quando Rossini inizia la sua carriera, la divisione dell'Italia musicale è ancora viva nelle consuetudini teatrali e nel gusto della popolazione, sebbene da alcuni de cenni la scuola napoletana (famosa scuola operistica che ebbe come massimi esponenti il Porpora, il Cimarosa ed il Paisiello) languisca, dopo la lussureggiante fioritura settecentesca.

Toccherà proprio a Rossini di sanzionare la fine del la scuola napoletana: anche questo è uno dei fenomeni che segnano il trapasso dal Settecento all'Ottocento nella musica italiana.

Gioachino Rossini, o Gioacchino, all'anagrafe Giovacchino Antonio Rossini, nato a Pesaro nel 1792, liberò il melodramma italiano dagli eccessivi virtuosismi, per portarlo ad un'espressione di perfetta essenzialità drammatica..., morì nel 1868.

Con le quattro opere del 1813, tra cui il "Tancredi" e "L'Italiana in Algeri", Rossini si era ormai assicurato il mercato teatrale nell'Italia del Nord, quando l'impresario napoletano Domenico Barbaja venne a cercarlo a Bologna e lo legò ad un contratto col teatro S. Carlo di Napoli.

È questo un fatto storico che supera la semplice portata biografica per segnare una data nella vita musicale italiana.

Presentandosi a Napoli con "Elisabetta regina d'Inghilterra" (1815), Rossini sapeva benissimo che i napoletani lo aspettavano con il fucile puntato, pieni di diffidenza e di dispetto per questo intruso che, a ventitrè anni, calava da Nord per imporre le sue opere a Napoli, la patria del melodramma (il melodramma, inventato nel Seicento nella Camerata dei Bardi a Firenze, è un genere misto di poesia e musica).

E certamente egli tenne conto di quelle sfumature che differenziavano il gusto musicale napoletano da quel lo lombardo-veneto, sfumature che oggi è già difficile individuare, ma che erano ben note agli operisti (autori di opere liriche) del l'epoca.

Rossini seppe abilmente disarmare le prevenzioni dei napoletani, e introducendo a poco a poco le innovazioni ormai in uso nell'alta Italia compi anche nella musica quell'unificazione nazionale che nel campo della letteratura era esistita da sempre e in campo politico e civile cominciava allora ad albeggiare.

Né l'operazione fu sempre facile e senza scosse: il famoso fiasco del "Barbiere di Siviglia” a Roma fu dovuto, si, alle macchinazioni dei sostenitori di Giovanni Paisiello (Paisiello, tarantino, musicò più di 200 opere tra cui "Barbiere di Siviglia", "La serva padrona", ecc. ), offesi che un giovane musicista avesse osato riprendere il soggetto d'un capolavoro del vecchio maestro (Rossini è infatti anch'egli autore di un "Barbiere di Siviglia" più celebre dell'altro del Paisiello), ma in sostanza è un episodio della resistenza opposta dal mezzogiorno d'Italia alla penetrazione della scuola settentrionale.

   
In opere come "L'Italiana in Algeri" e "Il Barbiere di Siviglia" si attua una meravigliosa coincidenza tra le convenzioni musicali del melodramma (il melodramma si era ridotto a ripetere sempre le stesse situazioni e la stessa tecnica musicale) e le esigenze drammatiche dell'azione.

La personalità esuberante di Rossini, quasi impaziente di frazionarsi e di limitarsi nei caratteri dei personaggi (Rossini non tollerava di essere condizionato nella sua fantasia dai personaggi e dalle situazioni così come erano state tramandate dalla consuetudine teatrale), straripa e percorre l'opera da cima a fondo con impeto elementare.

Questa personalità ha nome musica. E, nella musica, ritmo.

Una gaiezza a volte leggera, a volte rabelaisiana (schernevole, beffardo; aggettivo coniato dal Rabelais scrittore e filosofo francese del XVI secolo, autore di un "Gargantua", pervaso di fantasia geniale e di ottimismo), una benefica gioia di vivere, una dinamica allegria che sprizza dalla salute del corpo e dalla serenità dell'animo (Rossini godé di ottima salute, di spirito sereno e di ottimo appetito), tale la parola eterna che Rossini ha detto nelle opere comiche.

Si valse a questo scopo d'una scrittura musicale di meravigliosa leggerezza e semplicità, fondata sulla restaurazione d'un contrappunto elementare (per vincere il manierismo e la fissità dell'opera buffa napoletana, Rossini ripristinò la disposizione delle melodie, l'una dietro l'altra..., contrappunto), limitata a un gioco di botte e risposte, di equilibrate simmetrie: ogni pausa d'un canto è prontamente colmata da un'altra voce o dall'orchestra con una replica maliziosa, perfettamente incastrata nella logica musicale, si che tutta l'opera pare trasformarsi in un gigantesco dialogo tra burlato e burlatore.

Sotto la voce che declama melodicamente fioriscono in orchestra deliziosi motivi comici, le famiglie strumentali si passano con scioltezza il filo del discorso agganciando ogni nuovo membro melodico all'ultima battuta dell'interlocutore.

Questi sono ancora i caratteri di “Cenerentola" (1817) dove però si fa strada un elemento nuovo: un colorito grigio cinereo che riveste la parte della protagonista, certi suoi sinceri accenti di dolore permettono di parlare di un'embrionale realizzazione drammatica (una realizzazione drammatica non ancora ben delineata).
  
   
Infatti, rinnovati nello “Otello" (1816) i successi del "Tancredi”, senza sostanziali novità, Rossini produce alcune opere serie ("Mosè in Egitto", 1818..., "La donna del Lago", 1819..., ''Semiramide", 1823), nelle quali si fa più evidente la cura di ambientare drammaticamente l'azione.

Dopo alcuni anni di soggiorno napoletano, la fama di Rossini straripa fuori dai confini nazionali: la conquista del mercato europeo ha inizio da Vienna, piazza tradizionalmente favorevole all'espansione operistica italiana, e si conclude a Parigi, notoriamente la più difficile conquista per i musicisti italiani, a causa della presenza di un forte teatro d'opera nazionale.

"Le siège de Corinthe" (1826) e il "Moisé" (1827) ("Assedio di Corinto" e "Mosè"), sono assai più che traduzioni ed adattamenti del "Maometto II" e del "Mosè in Egitto", veri e propri rifacimenti, quasi opere nuove che servono a Rossini di tirocinio (periodo di apprendimento) per impossessarsi della prosodia (maniera di modulare i periodi musicali) e dello stile francese.

"Il conte Ory" (1828), così poco apprezzato in Italia, non ha più la comicità elementare e sanguigna dell'opera buffa napoletana, ma lo spirito elegante della commedia francese.

In questa esperienza francese si capovolge la posizione di Rossini: innovatore in Italia, egli fa la figura di conservatore in Europa, a contatto con le novità introdotte dal romanticismo tedesco . . .

Nell'attaccamento agli ideali di vita dello "ancien régime" (il periodo precedente la Rivoluzione Francese ed il periodo napoleonico) si manifesta il senso profondo della sua arte, e contro di lui si appunta non solo l'impazienza artistica dei novatori, ma anche l'istintiva ostilità politica dei patrioti e dei liberali.
  
  
"Guglielmo Tell" è il prodigioso sforzo d'un genio per ricuperare il controllo di una situazione che gli sfugge...

La vecchia opera corale viene liberata dalla rigidezza del suo pomposo apparato classicheggiante e si trasforma per l'immissione di un'anima nuova: un popolo vive nei cori del "Guglielmo Tell", la natura diffonde la sua misteriosa vibrazione intorno ai personaggi.

Ma il "Guglielmo Tell" fu un gesto supremo di orgoglio: Rossini volle raccogliere la sfida che i tempi nuovi gli lanciavano, e dimostrò che, volendo, avrebbe potuto difendere il suo primato nelle nuove condizioni dell'arte prodotte dal romanticismo.

Ma avrebbe dovuto far forza a se stesso: ciò che l'artista era in grado di intuire con la chiaroveggenza del genio, all'uomo ripugnava.

Attaccato con tutta la forza alle sue abitudini, al vecchio mondo che tramontava, di fronte all'aggressiva invadenza dei tempi nuovi - progresso tecnico e trasformazioni politiche, ferrovie, liberalismo e rivoluzioni - egli non provava che angoscioso sgomento per lo strepito, la fretta, l'affanno, la crescente intensità del vivere.

Il lungo silenzio in cui si rifugiò, rotto soltanto dalla composizione di lavori sacri ("Stabat mater", "Piccola messa solenne") e di piccole celie pianistiche e vocali (scherzi per pianoforte e canto) è praticamente un 'no' al romanticismo e ai tempi nuovi.




   

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